Per parlare di uragani è necessario tener presente che l'atmosfera terrestre è sempre in movimento con i venti; questi inoltre sono soggetti alla rotazione terrestre: per effetto di questa rotazione i venti che soffiano dai Poli verso l'equatore sono deviati verso occidente. Si formano così come degli immensi vortici di masse d'aria in movimento fra l'equatore. Là dove si incontrano masse d'aria calda tropicali e masse d'aria fredda polari, siccome generalmente le due masse non si mescolano, si formano numerosissime perturbazioni e si ha spesso cattivo tempo. Sono in molti a pensare che i cicloni tropicali e i tornado siano la stessa cosa; in realtà i cicloni tropicali e i tornado, pur essendo entrambi ammassi nuvolosi animati da un moto vorticoso, non hanno pressoché niente in comune.

 

Si definisce convenzionalmente ciclone tropicale una tempesta violenta che si forma sopra un oceano tropicale, in cui la velocità del vento raggiunge almeno i 64 nodi (circa 120 km/h); questa tempesta è caratterizzata da venti che girano in senso orario o antiorario, a seconda dell'emisfero in cui si formano, intorno a una zona di quiete assoluta: l'occhio del ciclone. Se il vento è inferiore ai 64 nodi ma superiore ai 33, situazione che di solito si verifica prima dell'arrivo di un ciclone tropicale, allora si parla di tempeste tropicali, mentre se il vento è inferiore ai 33 nodi, si parla di depressioni tropicali.
In base al luogo in cui avviene la loro formazione, i cicloni tropicali assumono diversi nomi: nell'Oceano Pacifico sono chiamati tifoni, in quello Atlantico uragani (in inglese "hurricane" dal nome del dio caraibico del male "Hurican"), nell'Oceano Indiano cicloni, in Oceania "willy-willy"; le regioni regolarmente colpite dai cicloni tropicali sono quelle del Golfo del Messico (Haiti, Cuba, Messico, Honduras, Stati Uniti meridionali), dell'Asia sud-orientale (Giappone, Cina e Filippine) e tutte quelle che si affacciano sull'Oceano Indiano.

I cicloni tropicali si formano in zone dove si incontrano venti provenienti da direzioni opposte; essi nascono quindi nelle zone vicine all'equatore dove si incontrano gli alisei provenienti da sud-est  e quelli provenienti da nord-est. Naturalmente i cicloni tropicali non si verificano mai proprio sopra l'equatore perchè per svilupparsi hanno bisogno della forza di torsione data dalla rotazione terrestre, e questa forza all'equatore è nulla. C'è anche da tener presente che i cicloni tropicali si possono formare solo su quelle zone di mare aperto dove circolano masse d'aria calda e umida e in certe stagioni dell'anno in cui è massima la temperatura della superficie del mare.

Durante il loro stadio iniziale i cicloni tropicali appaiono come piccole zone di bassa pressione sopra l’oceano; non è possibile prevedere se e quando si trasformeranno in tempesta tropicale,  poiché le condizioni sono molto complesse. I fattori determinanti per la formazione di un ciclone tropicale sono essenzialmente tre:

· Rotazione terrestre (forza di Coriolis)

· Alta temperatura dell’acqua

· Assenza del gradiente di vento

LA FORZA DI CORIOLIS


Immagine che mostra la forza di Coriolis,
particolarmente forte nelle zone tropicali, nulla
all'equatore.

I vortici di una tempesta sono causati dalla rotazione terrestre; la forza di Coriolis non permette al vento di essere spinto al centro di una zona di bassa pressione, dove invece l’aria di avvolge a spirale; tuttavia la forza di Coriolis è piuttosto bassa, se non nulla, all’equatore , mentre le regioni comprese tra i 10° e i 35° di latitudine sono particolarmente colpite dalle tempeste poiché la temperatura dell’acqua e la forza di Coriolis qui sono sufficientemente grandi.

TEMPERATURA ELEVATA DELL’ACQUA

La temperatura superficiale delle acque deve essere di almeno 27°C per una profondità tale da non permettere alle onde e alle correnti di raffreddare la superficie nella spirale della tempesta; una tempesta che ha origine su una superficie di 27°C può raggiungere una velocità massima di 280 km/h, mentre una tempesta che ha origine su una superficie di 34°C può arrivare fino a 380 km/h; poiché la temperatura dell’acqua varia a seconda del periodo dell’anno, i cicloni tropicali si possono definire fenomeni stagionali.

GRADIENTI DI VENTI DEBOLI

Le condizioni metereologi che circostanti devono sostenere la rotazione della bassa pressione; venti provenienti da direzioni opposto a diverse altitudini, i cosiddetti gradienti del vento, possono indebolire un uragano in crescita. Tuttavia questo fenomeno è ancora oggetto di studio, poiché, ad esempio, dal 1995 i gradienti del vento nel Golfo del Messico sono stati al di sotto della media, ma nonostante questo hanno facilitato la formazione di uragani.

STAGIONALITÀ

 

Nei mari posti nell'emisfero nord il periodo più favorevole alla formazione dei cicloni tropicali è quello che va da luglio a a ottobre, mentre nell'emisfero sud è privilegiato il periodo da dicembre a marzo: in entrambi i casi, quindi, quella parte dell'anno compresa tra la fine dell'estate e l'autunno inoltrato. L'alta frequenza dei cicloni tropicali nel periodo estivo-autunnale è dovuta alla presenza in tali stagioni di tutti i fattori che sono alla base della nascita e della crescita di essi. Nell'Atlantico, la stagione degli uragani va ufficialmente dal 1 giugno al 30 novembre, ance se in realtà vi è un picco nel periodo compreso tra agosto e ottobre. In questi tre mesi cade il 78% dei giorni interessati da tempeste tropicali, l'87% di giorni con presenza di un uragano minore e il 96% di giorni con presenza di un uragano maggiore.  L'immagine sottostante mostra il numero medio di uragani che si abbattano sugli stati uniti in un anno.

 

Mese

Totale

Media

Gennaio-Aprile

4

0.1

Maggio

8

0.1

Giugno

35

0.6

Luglio

58

0.9

Agosto

173

2.8

Settembre

224

3.6

Ottobre

114

1.8

Novembre

33

0.5

Dicembre

7

0.1

 

BACINI DI FORMAZIONE

 


L'uragano Katrina, formatosi nel mese di agosto mentre
passava attraverso il Golfo del Messico. Si abbatté
poi sulla città di New Orleans dopo aver raggiunto una
velocità di 280 km/h.

 

FORMAZIONE DI UN CICLONE TROPICALE

 

Quando ai tropici una qualsiasi perturbazione scorre su acque sufficientemente calde e umide, l'aria, scaldata dal basso e agevolata dai moti ascendenti già presenti nella perturbazione, diviene talvolta calda e leggera quanto basta per cominciare a salire ancor più velocemente all'interno dell'atmosfera. Nel loro moto verso quote più alte queste masse d'aria si raffreddano per espansione, condensando in parte il loro contenuto di vapore: in tal modo viene rilasciata nell'atmosfera un'ulteriore quantità di energia che scalda ancor di più l'aria favorendone l'ascesa verso quote elevate: si crea così un forte risucchio d'aria verso l'alto. L'enorme quantità d'aria sottratta al suolo fa calare rapidamente la pressione atmosferica al livello del mare, generando così in quel punto un centro di bassa pressione, cosicché  dalle zone circostanti accorrono

 
L'uragano Paul colpì nel 1982 l'America Centrale e fu il più
disastroso del XX secolo, dopo quello del 1959, che colpì
quella zona.
 masse d'aria per colmare il vuoto che altrimenti si creerebbe. Tuttavia, lontano dall'equatore, le masse d'aria richiamate verso il centro di bassa pressione vengono deviate dalla forza di Coriolis, assumendo in tal modo il caratteristico moto rotatorio attorno a un minimo di pressione: si crea così una depressione tropicale. Una volta innescata la rotazione, le uniche forze che agiscono sulla depressione tropicale sono la Forza di Gradiente e la Forza Centrifuga (è tanto più intensa quanto più è grande la velocità di rotazione), dirette rispettivamente verso il centro e verso l'esterno. L'azione convergente e rotatoria dell'aria produce però anche un aumento della spinta ascendente e quindi una diminuzione della pressione ne centro della tempesta: ciò comporta un'aumento della Forza Gradiente e quindi, per mantenere l'equilibrio, della Forza Centrifuga; il meccanismo usato dalla natura per far sì che la Forza Centrifuga aumenti consiste un un aumento della velocità di rotazione, ovvero in un aumento della forza del vento. Il sistema finisce così per autoesaltarsi, con venti sempre più forti e più intensi. Una volta formatisi i cicloni tropicali solitamente tendono a muoversi, attraverso gli oceani, da est verso ovest, con una progressiva deriva lungo i meridiani del rispettivo emisfero; fanno eccezione i cicloni che si formano nell'Oceano indiano che si muovono da sud verso nord perché spinti dai monsoni. Una volta arrivati sulla terraferma la “rugosità” del terreno (case, alberi, alture e così via) fa sì che i venti perdano potenza e velocità; ma non è l'attrito con la terraferma che causa la morte di un ciclone tropicale, come molti pensano, bensì la mancanza di calore e umidità, ovvero il loro “carburante”.

 

Un ciclone visto dal satellite ha sempre un segno inconfondibile: l'occhio.  L'occhio del ciclone è la regione della tempesta dove si osservano i valori più bassi di pressione e le temperature più alte; l'occhio si forma perché la Forza Centrifuga tende a spingere verso l'esterno le masse di aria e le nubi, lasciando all'interno uno spazio libero, una zona di calma che raggiunge un diametro di 20-30 km in cui spira solo una leggerissima brezza e al di sopra della quale il cielo è quasi sempre sereno.

 

CLASSIFICAZIONE

Per classificare i cicloni tropicali atlantici e del nord-est Pacifico, negli USA si utilizza la scala Saffir-Simpson, la quale dà anche un'indicazione del danno potenziale in base all'intensità stimata.

 

Anche i ricercatori australiani hanno sviluppato una scala di intensità per le tempeste che si verificano nella loro area di interesse, cioè quella compresa tra i 90E e i 160E di longitudine nell'emisfero australe. Un uragano di categoria 4 della scala australiana è paragonabile a uno di categoria 3-4 della Saffir-Simpson, ma un uragano di categoria 5 della scala australiana corrisponde a uno di categoria 5 della Saffir-Simpson.

 

NOMENCLATURA

La scelta di dare un nome ai cicloni tropicali è nata in primo luogo dalla necessità di rendere più facile lo scambio di informazioni tra meteorologi, addetti alla protezione civile e la popolazione in generale. I cicloni tropicali hanno infatti cicli che in genere superano la settimana e spesso capita che sulla medesima area ci siano 2 o anche 3 uragani contemporaneamente. Il primo a fare uso di nomi proprio per indicare tempeste tropicali fu il climatologo australiano Clement Wragge che prese l'abitudine di assegnare alle aree di alta pressione i nomi dei suoi amici o di personaggi a lui simpatici, e alle tempeste tropicali quelli di politici a lui decisamente antipatici. La prassi fu ripresa nella seconda guerra mondiale, quando i meteorologi della marina americana iniziarono ad assegnare nomi femminili ai tifoni nel Pacifico, intendendo in tal modo ricordare le proprie mogli o le fidanzate rimaste a casa. Dal 1950 al 1952 i cicloni del bacino atlantico iniziarono ad essere indicati tramite l'alfabeto fonetico americano, ma nel 1953 il Servizio Meteorologico Nazionale degli Stati Uniti cominciò a utilizzare solo nomi propri femminili. È solo a partire dal 1979 che i nome degli uragani atlantici sono scelti da una lista contenente sia nomi femminili che nomi maschili.

 

Negli USA, benché il pericolo arrivi solo dal versante atlantico, i danni causati dai cicloni tropicali sono stati in passato assai rilevanti e tuttora queste violente manifestazioni del clima costituiscono uno dei più gravi rischi di calamità sul suolo americano. Solo durante il XX secolo gli USA sono stati investiti da ben 165 uragani e di questi 66 erano uragani maggiori, ovvero di categoria 3, 4 o 5. I più catastrofici, che probabilmente rimarranno per sempre nella memoria degli americani, furono: