"La pittura è una poesia silenziosa e la poesia una pittura loquace": con questo verso il poeta Simonide ci comunica mirabilmente lo stretto rapporto che nella cultura greca hanno piano visivo e piano sonoro per quanto riguarda la rappresentazione delle scene simposiache in vasi, coppe o anfore che dir si voglia.

Ai pittori antichi infatti non era sfuggito lo stretto legame che intercorreva fra vino e poesia, fra momento del  κῶμος (cioè della festa) e momento poetico: era finito infatti il tempo degli aedi (i compositori) e dei rapsodi (i recitanti) che alla fine del pasto allietavano i commensali con il racconto delle mitiche gesta degli eroi epici; ora sono i cori o addirittura gli stessi convitati a produrre poesia, la quale si presenta sotto il nuovo aspetto della lirica. Tutto questo genere poetico viene prodotto per il simposio, e senza esagerare si può dire che "la storia della lirica è la storia del simposio".

Il bere e il cantare sono così intimamente legati nel simposio che uno può diventare metafora dell’altro, come scrive Pindaro in una sua ode:

"Come quando tra i convitati sboccia la gioia del simposio
Mescoliamo un secondo cratere di canti ispirati alle Muse …".

La metafora del vino è molto spesso usata da Pindaro per parlare delle sue odi; il testo poetico circola dal poeta ai convitati giungendo infine al destinatario; si invita a cantare come si invita a bere e i versi passano di mano in mano come le coppe. Ma, tornando al punto da cui siamo partiti, cioè lo stretto rapporto che c’è fra poesia (che abbiamo visto essere un momento caratterizzante e peculiare del simposio greco) e pittura, occorre analizzare come i pittori siano riusciti a rendere l’effetto sonoro in campo figurativo. La soluzione che hanno trovato è sicuramente intelligente e originale, poiché non si limita alla sola rappresentazione grafica degli antichi famosi poeti, come Saffo e Alceo, ma introduce un elemento più efficace: l’iscrizione.

Essa può essere di natura didascalica, se ad esempio vuole esplicitare i nomi dei personaggi rappresentati, oppure "fuori campo", se esprime qualcosa di non attinente con la figura, oppure può costituire il segno visibile della melodia, qualora esca dalla bocca stessa del cantore. Nel vaso del pittore di Brygos emergono, sebbene poco visibili, tutte e tre queste caratteristiche: alla rappresentazione di Saffo e Alceo si accompagnano, rispettivamente lungo la testa del primo e lungo il collo della seconda,   le iscrizioni che li identificano; tra i due in verticale si trova la cosiddetta scritta "fuori campo" che recita: Δαμακαλός, "Damas è bello", mentre davanti alla bocca di Alceo una serie di cinque o sta a indicare visivamente il suo canto.


Kàlathos a figure rosse; pittore di Brygos; ca 470

Altro esempio di iscrizione che diventa oggetto sonoro si può ritrovare in un'anfora , in cui è rappresentato un satiro che suona il flauto, accompagnato da un’incomprensibile serie di sillabe che si leggono in verticale lungo il suo corpo: netenareneteneto.


Anfora a figure rosse; Smìkros; ca 510

Rappresentando il canto dei convitati quindi i pittori aggiungono allo spazio visivo una dimensione sonora e valorizzano tutta la parte verbale e musicale del simposio. Questo tipo di iscrizione può essere incomprensibile o comprensibile. Nel primo caso le sillabe che il poeta produce sono onomatopeiche o rievocano una serie di note, come si può notare dalla stessa fig.2 in cui la successione delle sillabe richiama la linea melodica seguita dal suonatore; talvolta a iscrizioni di questo genere si richiede soltanto di decorare, riempire il campo della scena: è quindi l’aspetto puramente grafico e non linguistico ad essere significante.

Nel secondo caso invece il breve canto iscritto richiama a temi molto noti della lirica arcaica, sui quali si può improvvisare a piacimento. In un'altra coppa ad esempio ci mostra un convitato che, col capo piegato all’indietro, canta: oudynàmou che significa "io non posso".

E' un verso incompiuto appartenente forse al poeta Teognide che in alcune liriche si lamenta di non poter cantare perché ha ecceduto un po' troppo durante la festa. I frammenti di versi presenti nelle coppe e nei vasi da noi conosciuti sono tutti alla prima o seconda persona singolare ("io festeggio", "io posso", "O Apollo", "o meraviglioso", "ama e…") e dimostrano quindi come questa poesia sia innanzitutto un mezzo di comunicazione fra i convitati, che si scambiano battute poetiche durante il momento del simposio, coinvolgendosi l’un l’altro nel canto. L’iscrizione non ha un posto fisso all’interno del disegno, e allo stesso tempo non ne è distaccata, ma attraverso le linee che descrive contribuisce a dare dinamismo all’immagine e a formare un tutt'uno con essa.


Coppa a figure rosse; Doùris; ca 480

Altre iscrizioni ricorrenti sono le invocazioni degli dei, in particolare di Apollo, che ricordano la dimensione rituale del simposio.

Qualche volta i pittori hanno rappresentato delle scene, come Δοῦρις, in cui i pedagoghi si servono di testi scritti su rotoli per esercitare i propri allievi la cui educazione musicale e poetica consisteva nel memorizzare i testi classici tratti dall’epica o dalla lirica; in queste figure ci si può subito accorgere di come il rotolo che tiene in mano l’insegnante (disegnato di profilo) sia in realtà rivolto orizzontalmente verso lo spettatore.


Coppa a figure rosse; Doùris; ca 480

Il testo scritto inoltre è perfettamente leggibile: è quindi evidente l’intenzione del pittore di dare la possibilità di leggere il contenuto del rotolo a tutti coloro che si fermino a osservare il vaso.


Coppa a figure rosse; Doùris; ca 480. Particolare

Concludendo, si può dire che la cultura visiva e musicale dell’Atene arcaica si sviluppa nell’ambito del simposio, perché, per finire ancora con Simonide, "vino e musica hanno la stessa origine".