INTERVISTA ALLE SIGNORE BIANCA LOPEZ VOGHERA
E  LINDA CANDIA UNTERSTEINER

La lapide posta negli anni '50 nell'atrio del Liceo a
memoria del martirio di Pio Foà.

Nel cortile della Scuola Ebraica di via Eupili, a.s. 1938-39.
Sono visibili, fra gli altri: la prof.ssa Guggenheim, seduta in prima fila dopo il prof. Norsa; );  il Rabbino Castelbolognesi, il Preside Yoseph Colombo (ultimo seduto a destra); il prof. Pio Foà è il 4° da sinistra della seconda fila.

Particolare di una foto scattata contestualmente alla precedente.
Da sinistra: Dottor Marcello Cantoni, prof.ssa Marta Navarra, Prof. Cassuto;
 prof. Pio Foà (con occhiali), prof. Norsa (seduto).

Gentile signora Lopez Voghera, potrebbe raccontarci del Suo incontro con il prof. Pio Foà?
Sono Bianca Lopez Nunes, e sono stata allieva del prof. Pio Foà alla Scuola Ebraica durante le leggi razziali, però lo conoscevo già perché, quando io frequentavo il Berchet, in quarta e quinta ginnasio, lui insegnava nella sezione C, mentre io invece frequentavo la sezione D. Mi riferisco agli anni scolastici 1936-37 e 1937-38, immediatamente prima delle leggi razziali. Ho potuto frequentare nel '37-'38 la prima liceo, poi siamo stati mandati via dal liceo. Eravamo una classe di quaranta allieve, tutte femmine, perché era venuta una legge che obbligava a dividere i maschi dalle femmine. In conseguenza, tutte le ragazze che avevano frequentato la quinta ginnasio sono state radunate in un'unica classe femminile; eravamo circa in quaranta, di cui una ventina sono state respinte, e sette ebree, tutte cacciate dalla scuola. In quella classe, dunque, in seconda liceo si sono trovati in circa tredici allievi, certamente uno sbalzo non indifferente... Non credo che alcun professore abbia detto o fatto notare quanto fossero rimasti in pochi per questo, ma, insomma, direi che faceva parte della situazione di quel momento.

Invece, quando sono passata alla Scuola Ebraica, dove hanno preso tutti i professori e tutti gli allievi cacciati dalle scuole, sia dall'Università sia dai Licei, lì è stata creata una scuola, che andava dall'asilo fino alla terza liceo, e io ho frequentato la seconda liceo per continuare, e come professore di Greco ho avuto il professor Pio Foà. Di lui ho un ricordo ottimo: era piuttosto severo, ma insegnava molto bene, pretendeva anche, ma abbiamo ancora vivissimi ricordi, per esempio del Critone, che avevamo letto con lui. Eravamo arrivati a un tal punto di conoscenza di quel testo, che quando sentivamo, anche da lontano, leggerlo in greco, noi riuscivamo a tradurlo così, solo ascoltandolo, perché ci veniva naturale, tanto era approfondita la nostra preparazione. Certo lo apprezzavamo in quel momento sicuramente di più, di quando eravamo obbligati a sceverllarci su un testo. E un'altra cosa che ricordo sono proprio i lirici greci, su cui il professor Foà ci faceva delle bellissime lezioni. Purtroppo l'ho avuto per un solo anno, perché in terza liceo era venuto un altro professore di latino e greco, mentre Foà continuò a seguire una seconda liceo, e poi mi pare che prese una quarta e una quinta ginnasio. Poi, terminata la terza liceo, io me ne sono andata per i fatti miei, e, passato il disastro che è seguito, quando sono tornata in città, una delle prime cose che ho sentito dire, era che il professor Foà era stato preso e deportato e che non era più tornato. Era rimasta solo la figlia, che era già passata in Svizzera, ed era tornata ed era rimasta da sola, e che però quasi subito ha scelto di andare a stare in un kibbuz a Israele, dove è vissuta praticamente tutta la vita. Gli ultimi anni, se non mi sbaglio, non stava troppo bene...

Come si chiamava la figlia del prof. Foà?
Anna... Ed è anche stata l'unica superstite di quella famiglia. Di lei ricordo che una volta, quando è venuta a Milano, rideva raccontando come non riusciva, in Israele, a far pronunciare correttamente il suo nome... Infatti in ebraico non ci sono le vocali, allora per scrivere il suo nome metteva una effe, che vale pi, poi metteva una waw per la o e poi una alef. Allora tutti la chiamavano Pùa, e non Foà... Io la vedevo quando veniva in Italia, sporadicamente. So che adesso è mancata. Però se si vogliono avere notizie più dettagliate, c'è una mia amica che ha la sorella che è stata in kibbuz con Anna Foà tutta la vita, e le è stata vicina anche negli ultimi tempi.

Grazie, signora Lopez, una testimonianza viva e completa... E per ciò che riguarda invece quella che è stata l'esperienza di suo marito, Dino Voghera, con il prof. Foà, che cosa ci può raccontare?
Non saprei, visto che mio marito ha avuto un'esperienza più o meno simile alla mia, dato che mio marito ed io abbiamo avuto la fortuna di incontrarci in terza elementare quando il duce ha obbligato tutti a fare un'ora di religione, e allora da tutte le scuole circonvicine si riunivano molti alunni per fare un'ora alla settimana di religione ebraica.
Ebraica, non cattolica?
Sì, certo, il duce aveva reso obbligatorio l'insegnamento della religione dopo il concordato del '29, e non voleva che ci fossero alunni che non studiassero religione, che fossero agnostici o atei. Quindi chi non era cattolico, doveva studiare la sua religione. Da noi venne un insegnante che ci faceva un tipo di religione ebraica, direi... relativo... Comunque, siamo andati in terza quarta e quinta elementare vedendoci solo un'ora alla settimana per la religione, mentre in prima ginnasio ci siamo trovati nella stessa classe, perché entrambi avevamo scelto il tedesco. E quindi ho fatto con mio marito dalla prima alla quinta ginnasio, poi ci siamo divisi in prima liceo, per via della famosa legge della separazione dei sessi, invece in seconda e terza liceo ci siamo ritrovati alla Scuola Ebraica e abbiamo finito i nostri studi superiori ancora insieme.
Credo che mio marito abbia avuto per un anno, quando il professor Di Chiara aveva bocciato tutti gli alunni ebrei, il professor Foà a ripetizioni private. Lui era stato rimandato in greco o in latino, io in greco, con grande scandalo della mia famiglia, tant'è che mi avevano mandato per tre mesi in estate a Firenze da mio zio, che era professore di greco all'università di quella città. E mio zio mi aveva detto: "Ma perché ti hanno rimandato in greco? Tu il greco lo sai benissimo!!"... Fortunatamente poi in autunno siamo stati promossi entrambi.


La classe IVD Ginnasio Superiore, a.s.1935-36.
La seconda alunna da destra, nella prima fila e con le trecce,  è la signorina Bianca Lopez.

Signora Lopez, che cosa ricorda del famigerato prof. Di Chiara, autore della celebre delazione contro alcuni insegnanti antifascisti, di cui fu vittima anche il prof. Foà, insieme, com'è noto, allo stesso prof. Untersteiner?
Io posso ricordarmi e riferire quello che allora si diceva, senza però, lo sottolineo, avere nessuna prova concreta che le cose siano andate realmente così. Quando noi facevamo il ginnasio - non saprei nemmeno ora ricordare quale anno del ginnasio - so che si diceva che il prof. Di Chiara aveva scritto una grammatica greca, che io non ho mai visto, ma che evidentemente non era stata particolarmente apprezzata dagli altri professori, e che egli avrebbe avuto piacere che i professori del ginnasio adottassero. Viceversa, hanno optato tutti per la famosa grammatica del Cammelli, che era allora molto nota e di uso comune, e con cui noi ci siamo trovati benissimo. Questo non è stato accettato con grande entusiasmo dal professor Di Chiara, e dicevano che in seguito a quello, siccome era una gran fascista, e secondo me anche un grande arrampicatore, o opportunista, se preferisce, avesse denunciato un gruppo di professori che secondo lui non erano di fede fascista altrettanto accesa come la sua. Fu in quell'occasione come è noto, che egli, nella lettera di denuncia, scrisse il cognome del professor Untersteiner con l'acca iniziale, cosa da cui poi si potè risalire a lui, poiché nel telegramma inviato da Mussolini al ministro dell'educazione nel '31, il nome era appunto scritto con l'acca...
Io posso solo, per dare un'idea della levatura della persona, riferire questo episodio, di cui sono stata spettatrice: in un'interrogazione di geografia, Di Chiara chiese una volta a uno studente quale fosse l'altezza media dell'Asia. Alla risposta "l'altezza media è di 900 metri", il professore sbottò: "Ma cosa dici!?! E' di 9.000 metri!! Non lo sai che in Asia c'è l'Everest che è così alto?"... Al che tutta la classe scoppiò in una risata generale, e il professore si offese mortalmente. Questo per dire che cosa fosse la sua cultura...

Signora Untersteiner, Suo marito conosceva bene il professor Foà. Che cosa ci può raccontare in merito?
Certo, molto bene. Facevano sempre la strada insieme per andare al Berchet. Il professor Foà abitava - ora non ricordo più in che via - ma so che era proprio lì sulla strada che tutti quanti percorrevano per recarsi al Berchet... Io non ho avuto purtroppo modo di partecipare direttamente alla vita del Liceo in quegli anni, ma avevo di riflesso molte notizie. Non ho frequentato personalmente il professor Foà, ma la vicenda della sua cattura ci è nota attraverso una cognata, che accudiva un po' i bambini, poiché la moglie di Foà era mancata molto presto. Quella persona era stata in rapporto con noi, e da lei avevamo saputo qualcosa. Per esempio avevamo saputo che Pio Foà era stato coraggiosissimo, e durante il viaggio pregava, faceva pregare, animava, cioè non è stato uno dei tanti, ma è diventato subito una personalità notevole, per il suo coraggio, la sua generosità e si è distinto per queste sue doti.
Potrei chiederLe, signora, un commento a quelle due bellissime fotografie, che abbiamo pubblicato sulla pagina del Berchet dedicata a Foà, e che Lei ha recentemente ritrovato negli album di famiglia?
Sono piccoline, sì, ma molto nitide, ed ho visto che sono state ingrandite. In particolare quella che ritrae mia figlia con il piccolo Giorgio Foà è molto toccante... E' incredibile che due bambini, tutti e due belli, sorridenti, sani, che dovrebbero avere tutta la vita davanti a sé, ecco, vedere che uno di questi sarebbe sparito da lì a poco, è davvero terribile. Perché abbiamo saputo che sia il professore sia il piccolo Giorgio sono subito stati mandati alla morte, poiché l'uno era troppo avanti d'età e per di più di salute malferma e l'altro era appunto un bambino.


Cortile del Liceo Berchet, a.s. '34-'35 - La classe 3D ginnasio inferiore con, al centro,
la prof.ssa Colonna. La signorina Bianca Lopez è la seconda, sempre da destra, in prima fila.

Io desidero ringraziarLe entrambe, gentili signore Lopez e Untersteiner, per la preziosità e la lucidità di queste testimonianze. E desidero anche ringraziare la signora Annamaria Capece Verga per avere, con straordinaria disponibilità e cortesia, ospitato questo nostro incontro, così vibrante di dolorosi ricordi.
Per concludere, vorrei chiedere a Lei, signora Lopez, qualche parola conclusiva sulla Sua esperienza al Liceo Berchet, in quegli anni così travagliati e, per certi versi, bui, della nostra storia nazionale.
Guardi, io ho un ricordo bellissimo dei primi tre anni di ginnasio, con una professoressa che si chiamava Colonna, che era bravissima, che ci allargato le idee, è stata un'insegnante straordinaria, e quindi per me è stato un gran piacere. Invece ho pessimi ricordi della quarta e quinta ginnasio, per via del professor Di Chiara, che veramente in tantissime cose era proprio frustrante. Poi ho un ricordo terribile del professor Pelosi, che ci aveva spaventato. Mi ricordo, al proposito, dell'esame dalla quinta ginnasio alla prima liceo. Allora si leggeva il brano di greco, si faceva per bene tutta l'analisi, e poi, quando si arrivava al verbo, di questo verbo bisognava dire tutti i vari tempi, il paradigma insomma. Noi eravamo abituati a dirli con calma, pensandoci un momento. In quell'esame s'era in estate, faceva un gran caldo, e Pelosi aveva un piccolo ventaglietto con cui si faceva aria, tutto nervoso, e incalzava noi poverette dicendo: "Su, su, svelta!, svelta!...": non ci lasciava un attimo di tregua, era una cosa veramente angosciante. In prima liceo, sezione B, eravamo tutte femmine, e lì avevo fatto in tempo ad avere, per poco, il prof. Ghisalberti, che poi era stato chiamato al Centro Studi Manzoniani, poi avevamo il prof. Untersteiner di greco. Ma poi, purtroppo, come ho raccontato prima, la mia esperienza al liceo Berchet si è brutalmente interrotta con l'avvento delle leggi razziali. Anzi a questo proposito le devo anche dire che ho un biriciolo di rabbia, dire rancore sarebbe forse troppo, e non certo poi verso il Berchet, ma piuttosto verso i miei compagni di allora, per il fatto che, quando siamo stati cacciati, pur essendo in quaranta, non abbiamo ricevuto una telefonata; eppure eravamo ragazzi e ragazze che si frequentavano quotidianamente, che, in alcuni casi, erano assieme fin dalla prima ginnasio: ebbene, dal giorno che son venute le leggi razziali, non uno ci ha telefonato, non uno si è interessato in qualche modo della nostra sorte. Forse o loro o i loro genitori hanno avuto paura. Non sarebbe forse stato tanto, però...