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Le cinque giornate: i protagonisti


Ogni moto di protesta presenta la propria fisionomia: infatti, i soggetti politici, sociali e istituzionali, le motivazioni, gli svolgimenti e gli esiti sono profondamente differenti. Coloro che costituiscono l’unità fondamentale e il sostrato comune a tutte le rivoluzioni sono i protagonisti. Con tale nome dovrebbe essere chiamato ogni singolo partecipante, ma fra gli uomini taluni si distinguono per qualche azione e meritano di essere ricordati in particolar modo. In questa sezione abbiamo approfondito alcune figure emblematiche, cercando di coglierne il pensiero e le azioni nei diversi aspetti della loro esperienza rivoluzionaria.

Carlo Cattaneo Gabrio Casati
Cristina di Belgioioso Altri protagonisti



Il Cattaneo in un ritratto giovanile, con-
servato al Museo del Risorgimento,
in Milano.

Carlo Cattaneo
Introdurremo per primo il personaggio di Carlo Cattaneo. Riteniamo che studiando il suo operato durante il ‘48 si possano comprendere meglio ed approfondire da un punto di vista diverso dalla pura narrazione gli avvenimenti narrati nella sezione Le cinque giornate: i fatti. Infatti egli, oltre a vivere la rivoluzione di prima persona, avendo fra l’altro il ruolo di capo del Consiglio di Guerra, la studiò profondamente dal punto di vista storico, lasciandoci un’analisi lucida ed approfondita dei moti a Milano. Inoltre molte delle sue osservazioni su questioni attuali come il federalismo, la partecipazione popolare alla democrazia, l’europeismo, sono sicuramente ancora stimolanti. Ecco come abbiamo suddiviso la sezione su Carlo Cattaneo:

Cenni biografici Cattaneo e il ‘48 La formazione


Nacque a Milano il 15 giugno del 1801, e morì il 6 febbraio 1869 in Castagnola, presso Lugano.
Lasciati gli studi ecclesiastici a 17 anni, fu nominato nel 1820 professore di grammatica latina e poi di umanità nel ginnasio comunale di Santa Maria. Mentre si guadagnava così da vivere, preparava gli esami giuridici universitari, frequentando a Milano la scuola privata di Gian Domenico Romagnoli; nel 1824 conseguiva la laurea di avvocato presso l’università di Pavia, ma non esercitò mai la professione, dominato dalla passione per gli studi. Nel 1835 le sue Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge agli israeliti, amputate dalla censura, richiamarono su di lui l’attenzione degli studiosi italiani e stranieri. Nel 1839 iniziò il Politecnico, durato fino al 1844; esso rappresenta quella che fu l’attività pratica del Cattaneo, quale promotore di ogni progresso scientifico del suo paese. Prese parte alle Cinque Giornate di Milano in qualità di capo del Consiglio di Guerra, negando per due volte l’armistizio chiesto da Radetzky. Prevalsi gli avversari politici, lasciò Milano ed andò a Parigi dove pubblicò l’Insurrezione di Milano. Questo segnò il suo reale distaccò dalla vita politica attiva. Partecipò nel 1860 alle elezioni politiche e venne eletto in tre collegi, ma per la nuova cattedra di insegnante a Lugano, per la ripugnanza al giuramento di fedeltà alla monarchia, e per la sua scarsa passione parlamentare rifiutò l’incarico di deputato. Nel 1861 rifiutò la candidatura per le elezioni di Gallipoli, Milano, Genova. Nel febbraio del 1867 gli fu offerta di nuovo la candidatura in un elezione suppletiva del collegio di Como, ma egli rifiutò ancora una volta; in marzo, sciolta la Camera, si lasciò indurre a presentarsi nel primo collegio di Milano, in cui fu eletto. Andò a Firenze, allora capitale, ma non mise mai piede alla Camera. Intanto la salute precipitava e nel gennaio del 1869 si aggravò a morte. Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio si spense.

Cattaneo e il '48
Già dal 1847 l’impero asburgico versava in preoccupanti difficoltà finanziarie ed era fatto palese che le diverse nazioni, fatte consce di sé, tendevano a smembrare l’impero. La sera del 17 marzo 1848, alla notizia della rivoluzione di Vienna, a Cattaneo sembrò giunta l’ora di iniziare la propaganda delle sue idee. Questo era ciò che scriveva sul giornale Il Cisalpino:

«Ognuno abbia da ora in poi la sua lingua e secondo la lingua la sua bandiera, abbia la sua milizia; ma la rattenga entro il sacro claustro della patria»;

e ancora:

«queste patrie, tutte libere, possono vivere l’una accanto all’altra, senza nuocersi, senza impedirsi».

Per il giorno successivo era stata progettata una dimostrazione, durante la quale inevitabilmente sarebbe scoppiato un conflitto fra dimostranti e truppe. Cattaneo sconsigliò l’avventura; egli infatti riteneva che l’Impero, a causa della grave crisi economica e politica, avrebbe concesso l’autogoverno ed una forte autonomia alla Lombardia. Questa idea non era per niente insensata: infatti l’Inghilterra, che desiderava un rafforzamento austriaco per contrastare un’eventuale espansione francese, premeva affinché l’impero abbandonasse la provincia lombarda, riottosa e foriera di guai. Ma la popolazione probabilmente non era in grado di comprendere o non desiderava seguire questa strategia relativamente raffinata e proseguì per conto suo. Il 18 marzo, durante una manifestazione, scoppiò un conflitto fra i dimostranti, trascinati dall'ardore di pochi giovani audaci, e le truppe imperiali. Dinanzi al fatto compiuto, l’uomo di studi si rilevò subito uomo d’azione. Per suo consiglio il gruppo dei cittadini a capo della rivolta si trasferisce al palazzo Taverna, in un luogo sicuro, fra strade tortuose facili a barricare. Il 20 marzo, Cattaneo ed altri tre giovani, Terzaghi, Clerici e Cernuschi, costituiti in Consiglio di Guerra, assumono la direzione della battaglia. E si rivelano capaci di improvvisare tattiche di guerra straordinariamente efficaci: isolano completamente gli austriaci tagliando loro le vie per i rifornimenti e le comunicazioni ed evitano scontri frontali di portata superiore alle loro forze. Radetzky stesso si lamenta del fatto che nessun piano poteva funzionare, perché i suoi ordini non giungevano a termine. Contro il parere degli altri maggiorenti moderati, Cattaneo rifiuta un armistizio di quindici giorni proposto da Radetzky. Il giorno dopo contro il parere degli stessi moderati rifiuta un secondo armistizio di tre giorni. Superata questa diatriba, ne sorge un’altra sulla proposta di un agente albertista: i milanesi facciano dedizione a Carlo Alberto e l’esercito piemontese accorrerà in aiuto. I moderati sono d’accordo, ma Cattaneo si oppone tenacemente. Il 22 marzo Radetzky abbandona Milano. I contrasti fra moderati e democratici si inaspriscono subito dopo le Cinque Giornate, sebbene i moderati avessero dichiarato che il paese conservava il diritto di decidere del proprio destino a guerra finita. I moderati volevano riportare l’ordine all’interno della città con l’aiuto dell’esercito sabaudo, e spingevano Carlo Alberto a compiere con un colpo di stato la fusione fra Lombardia e Piemonte. Scrive per esempio Casati al segretario di Carlo Alberto Castagnetto:

"...non perdete un istante, giacché se sono alla testa del governo lo sono per iscongiurare l’anarchia o qualche cosa che vi assomiglia..."

Catteneo e Ferrari propongono invece di chiedere l’aiuto francese e di proclamare la democrazia. Mazzini, invece, accorso subito e pieno di ardore patriottico voleva soprattutto la vittoria sull’Austria e l’unità italiana, ed era decisamente contrario ad un intervento straniero in Italia. Così Carlo Alberto intervenne, sia per scongiurare il pericolo che la Lombardia si dotasse di un governo proprio, sia per la pressione effettuata dal popolo piemontese. Ma più che ad una guerra di liberazione nazionale egli tendeva ad una campagna annessionistica e ad assicurarsi la dedizione delle terre lombarde: «Mentre Radetzky lavorava a raccogliere soldati, lui lavorava a raccogliere voti». Alla fine i moderati proposero un plebiscito per la fusione con il Piemonte. E vinsero facilmente grazie alla reputazione di essere gli unici patrioti solidi e realisti, anche grazie all’appoggio mazziniano, ed al malcontento delle campagne per l’inasprimento delle tasse e per il timore del disordine. I contadini speravano che un re avrebbe potuto prendere in mano la situazione e difenderli. Ma Radetzky scacciò Carlo Alberto dalla Lombardia. Ed il primo ad essere accusato del fallimento del moto fu proprio il Cattaneo, la cui avversione alla fusione con il Piemonte lo rendeva facilmente etichettabile di avere tenuto una condotta alla lunga favorevole agli austriaci. Così per le accuse e per il ritorno del dominio austriaco egli decise di trasferirsi a Parigi dove prese a scrivere L’insurrezione di Milano, apologia contro le accuse mossegli e a sua volta attacco contro moderati, mazziniani e Carlo Alberto; e infine resoconto del moto. Ma quali erano le idee di Cattaneo?

 

La formazione di Carlo Cattaneo
Si possono individuare svariati caratteri della formazione e dell’opera di Carlo Cattaneo, partendo dalla sua storiografia. Per esempio, un carattere importante di essa fu il frammentarismo: infatti il Cattaneo non si impegnò mai in un’opera di largo respiro, ma disseminò le sue idee in lavori di piccola mole. Di questo fatto egli ebbe consapevolezza e si rammaricò, come possiamo apprendere dal suo epistolario.
Il Cattaneo inoltre non si identificò nei grandi movimenti di pensiero del neoguelfismo e del neoghibellinismo, che tanto ruolo ebbero nel formarsi dell'idea nazionale italiana. Egli riteneva che entrambi fossero relitti del passato incapaci di fornire modelli di comportamento per il mondo a lui contemporaneo, caratterizzato da vicende e situazioni nient'affatto affini a quelle dell'Italia medievale. Però, forse, il Cattaneo non fa troppa attenzione a quel prefisso neo-, e non si preoccupa di cogliere fino in fondo quali nuove realtà si celassero in quei vecchi nomi. Al neoguelfismo certo Cattaneo non poteva aderire per il suo anticlericalismo; il Salvemini ci fornisce un'adeguata spiegazione di questa tendenza: «Cattaneo era tanto più anticlericale, quanto più la censura ecclesiastica vietava agli scrittori ogni libera manifestazione di pensiero in fatto di religione».       

L’aspetto più originale dell'opera storiografica del Cattaneo è, forse, la capacità di descrivere efficacemente il valore del lavoro umano. In particolare va ricordato il suo saggio Notizie naturali e civili sulla Lombardia in cui egli descrive con orgoglio l'agricoltura irrigua della Lombardia, frutto di secoli di paziente e minuto lavoro, che gli pare frutto di un'eccezionale vitalità civile.

L'idea che la storia fosse creazione collettiva di un popolo indusse il Cattaneo a ripensare le riforme illuministiche del '700 lombardo, considerandolo non il dono di principi stranieri illuminati, ma come frutto di elementi locali attivi e dinamici.

Ma l'aspetto della formazione del Cattaneo che più ci ha stimolato è la sua interpretazione europea del Risorgimento. Egli pensava che il Risorgimento fosse stato il ricongiungimento dell'Italia all'Europa, un processo già iniziato colla fine della dominazione spagnola, quando "il ducato di Milano si era ... ricongiunto all'Europa vivente" (Opere edite e inedite, 7 voll., Le Monnier, Firenze 1881-92). Né d'altronde sfugge al Cattaneo che anche una prospettiva eurocentrica è insufficiente per cogliere il vero senso della storia. In questo aspetto egli si rivela precursore di tematiche squisitamente contemporanee.

Perché il Risorgimento italiano si possa però concretizzare in qualcosa di vitale, pensa il Cattaneo, occorre poi che la fiaccola della libertà e dell'amor di patria passi dalle mani di poeti aristocratici, come il Foscolo, a quelle di autentici educatori del popolo, come un Mazzini. Questo processo di democratizzazione egli lo vede come presupposto fondamentale del ricongiungimento dell'Italia all'Europa vivente.

Egli era poi favorevole al federalismo: un modello di federalismo che prendeva le distanze da quello neoguelfo. Egli, infatti, era anticlericale, ma non era ostile alla Chiesa come istituzione finalizzata alla cure delle anime, quanto perché la Chiesa aveva fino ad allora assunto posizioni molto retrive sulla materia della libera espressione politica e conseguentemente della libertà di stampa. Egli, pertanto, era avverso alla proposta del quadro politico espresso dagli ambienti neoguelfi, in cui predominante fosse la figura del papa, e proponeva un modello di federalismo repubblicano che si avvicinava a quello vigente negli Stati Uniti d'America e in Svizzera. Dopo l’esperienza delle Cinque Giornate era del tutto convinto che il Lombardo-Veneto dovesse staccarsi dall’Impero asburgico, cosi come ciascuno degli Stati italiani dovesse conquistarsi il proprio regime rappresentativo. Via via i singoli stati dovevano confederarsi con un patto di solidarietà perpetua contro ogni pericolo esterno; ciascuno stato doveva poi cedere alla Federazione quel tanto di sovranità locale, che fosse necessario per assicurare la solidità del nodo nazionale; per le riforme interne a ciascuno stato occorreva del tempo e le iniziative delle regioni più civili sarebbero state di esempio per quelle più arretrate. Questa teoria federalista si opponeva sì alla fusione di tutti gli Stati italiani in un solo Stato, ma non si opponeva né all’immediata unità nazionale, né alla graduale unificazione delle leggi; tutt’altro: una federazione di Stati liberi era un modo migliore di giungere all’unità nazionale rispetto ad un assorbimento immediato di tutti gli stati in uno solo; il patto federale non era principio di isolamento e di separazione, ma principio di associazione e impegno di difesa reciproca. La fusione, invece, sarebbe stata causa di attriti, di lotte di conquista e di un possibile prossimo divorzio. Che cosa poteva capire un lombardo di ciò che serviva a sistemare le difficoltà della Sicilia? E poi dove avrebbe trovato un parlamento unico il tempo di discutere tutti gli affari, che l’accentramento amministrativo e legislativo sottraeva agli organi locali? In pratica le decisioni sarebbero state prese dalla burocrazia, non dal parlamento e il paese sarebbe stato schiavo da quei gruppi di politicanti che si fossero impadroniti del potere centrale col favore della burocrazia. Un governo federale, invece, affida agli uffici centrali solo le funzioni politiche d’interesse nazionale, conservando alle organi amministrativi locali, più vicini agli interessati, la direzione della vita locale. Così si verrebbe ad evitare anche un altro problema: in un’assemblea nazionale unica che invada il campo degli interessi locali, avverrà che gli interessi degli uni saranno sacrificati agli interessi locali degli altri, nella concorrenza che si verrà a creare intorno al bilancio dello stato. Dove invece il governo centrale riduce le sue funzioni, lì non si avranno sopraffazioni e non sorgeranno discordie.

 


La principessa Cristina di Belgioiso
nel ritratto eseguito da Francesco
Hayez, al suo ritorno a Milano nel '45.

Cristina di Belgioso
Una figura interessante e molto affascinante che si rese protagonista durante il periodo dei moti del ‘48, ed in particolare a Milano è Cristina Trivulzio di Belgioso. Fu patriota e scrittrice, sposa solo sedicenne del principe Emilio Barbiano di Belgioioso, da cui si separò presto; nella sua vita si trasferì prima in Svizzera e poi in Francia, prodigandosi per l’indipendenza italiana e contribuendo al finanziamento della spedizione mazziniana in Savoia. La forte personalità e l’attivita di saggista la resero celebre a Parigi, dove il suo salotto fu frequentato da politici e intellettuali francesi e italiani in esilio. Nel 1846 cambiò la testata del giornale "La Gazzetta Italiana" in "L’Ausonio", accentuandone la tendenza antiaustriaca. Allo scoppio dei moti del 1848 la Belgioioso era a Napoli: noleggiò un piroscafo, assoldò un battaglione e partì per l’insorta Milano, ove entrò il 6 aprile a capo della sua colonna, stringendo in pugno una bandiera tricolore. Fu ricevuta con scarso entusiasmo dal Governo Provvisorio, e se ne rammentò nei suoi noti articoli sulla Revue des Deux Mondes dove scrisse con poca imparzialità dei disastri militari del 1848. Per raggiungere l’obiettivo della fusione della Lombardia col Piemonte, la principessa aveva fondato in Milano due giornali battaglieri: Il Crociato e La Croce di Savoia, anche se le sue speranze furono deluse dal ritorno austriaco.

 

Gabrio Casati
Fu nominato nel 1837 podestà di Milano e dapprima tentò di introdurre riforme d’accordo con l’Austria, ma dal 1847 mirò invece al Piemonte. Prese coraggiosamente le parti del popolo nei conlitti con la polizia e con le truppe austriache nel gennaio del 1848, cercando di riesumare una vecchia ordinanza che vietava di fumare per le vie. Il Casati si valse pure della presenza in Milano del conte di Ficquelmont, rappresentante del principe di Metternich, per contrapporlo al Radetzky; il conte, infatti, il 17 marzo esercitò pressioni sul capo del governo, conte O’Donnel, tanto che questi non lasciò mano libera all’azione repressiva del comando militare, e autorizzò l’arruolamento della guardia nazionale. Pertanto fu possibile al Casati assumere nei primi giorni dell’insurrezione milanese il reggimento della città con apparenza legale, guidando il popolo alla strepitosa vittoria di Porta Tosa. Venne poi chiamato, il 22 marzo, a presiedere il Governo provvisorio e subito si adoperò per favorire l’unione fra Lombardia e Piemonte, anche se per amor di concordia consentì a ritardare la votazione popolare.

Altri protagonisti

Augusto Anfossi
A Porta Nuova egli, proveniente da Nizza, di passaggio a Milano donò generosamente la sua vita a servizio della causa rivoluzionaria; guidando alcuni ardimentosi all’assalto delle mura della Porta, riuscì a mettere in fuga il nemico, a costruire una barricata e ad innalzarvi il tricolore. Il suo coraggio lo spinse a lottare audacemente per la conquista del palazzo del Genio, ma lì, durante il combattimento, mentre puntava per la terza volta un cannoncino contro la porta dell’edificio, venne colpito in fronte da una pallottola nemica e cadde ucciso.

Giuseppe Broggi
Si distinse per eroismo durante la lotta a Porta Orientale, l’odierna piazza Venezia, perdendo la vita in un assalto.

 

Enrico Cernuschi
Egli fu uno dei più attivi prendendo parte in prima persona agli eventi milanesi: si schierò in prima linea durante lo scontro per la conquista del palazzo del Governo ed impose al Vicegovernatore O’Donnel la firma dei tre famosi decreti. D’idee repubblicano-federaliste, combattè eroicamente e a lui si deve la geniale organizzazione dei Martinitt. Fece parte del Consiglio di Guerra con Cattaneo, Terzaghi e Clerici.


Luciano Manara

Egli fu in più situazioni il capo dei rivoltosi prendendo parte attiva negli scontri; si pose alla guida degli insorti durante il combattimento per la conquista del palazzo del Genio, risolto poi dall’azione del popolano Pasquale Sottocorno, ma si distinse particolarmente nella lotta a Porta Tosa, l’odierna piazza Cinque Giornate. Qui strenuamente, al comando di alcuni uomini, si slanciò di corsa fino a raggiungere la Porta, fino ad issarvi il tricolore, irrompendo coi suoi tra il fischiare delle pallottole e uccidendo e mettendo in fuga molti nemici.

Pasquale Sottocorno
Il combattimento per la conquista del palazzo del Genio, durante il quale perse la vita Augusto Anfossi, continuò a lungo sotto la guida di Lucio Manara fino a che un popolare, Pasquale Sottocorno, che a stento si reggeva su una gruccia, propose di irrompere nell’edificio incendiandone il portone. Egli stesso, sebbene ferito e claudicante, rischiò la vita, trascinandosi, tra il fischiare delle pallottole, fino alla porta del palazzo e appiccando il fuoco a fascine cosparse di acquaragia.

 

Luigi Torelli
Si rese autore di un gesto rischioso e allo stesso tempo molto significativo: riuscì, infatti, a portare il tricolore sulla cima del Duomo, sebbene dissuaso da molti perché si diceva che tra le guglie vi fossero mine.
Nell'immagine a fianco, un dipinto di C. Bossoli presente l'episodio.