Sotto la presidenza di Thomas Woodrow Wilson scoppiò la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti, rimasti in un primo tempo neutrali, svolsero tuttavia una parte importante rifornendo di grano, vestiti, armi, macchine per l'industria bellica i due paesi a cui erano legati da forti vincoli storici, Gran Bretagna e Francia. Solo nel momento in cui i tedeschi diedero il via alla guerra sottomarina nell'Atlantico contro i convogli mercantili anche di paesi neutrali, il presidente Wilson dichiarò guerra alla Germania (6 aprile 1917). Sotto il comando del generale Pershing le truppe americane, diedero un contributo decisivo sul fronte franco-tedesco della Mosa e delle Argonne.
    Alla Conferenza di pace, che si riunì a Parigi nel 1919, Wilson propose un piano basato sulla riforma delle relazioni internazionali, come condizione per evitare in futuro altre guerre. Il piano prevedeva libertà di navigazione e di commercio, riduzione degli armamenti, autodeterminazione dei popoli e formazione di un organismo internazionale, la Società delle Nazioni, deputato alla pacifica composizione dei conflitti. interstatali.
    L'idea utopica della pace perpetua trovava una proposta di attuazione, ma il piano apparve inficiato di idealismo. Alla neocostituita Società delle Nazioni, con sede a Ginevra, mancò un forte avallo internazionale poiché non vi parteciparono la Germania, la Russia e neppure gli Stati Uniti, che l'avevano proposta.

 

Il Primo Dopoguerra: un Periodo di Prosperità

    Alla fine della prima guerra mondiale gli Stati Uniti si affermarono come la maggiore potenza economica del mondo disponendo di grandi risorse minerarie ed energetiche, di un’altissima produzione industriale, di una piena autonomia alimentare e favoriti dall’egemonia esercitata sull’America centrale e meridionale. Nelle nuove forme di comunicazione, come la radio e il cinema, nei nuovi sistemi di trasporto, come l'aviazione, nei settori di punta dell'industria, come la chimica e la siderurgia, gli Stati Uniti erano all'avanguardia mondiale perché disponevano non solo dei capitali, ma anche del sapere tecnologico e scientifico. A questi elementi si aggiunse una intensa espansione commerciale sostenuta da sistemi di vendita che agevolavano la cosiddetta civiltà dei consumi, riversando sul mercato un’enorme quantità di merci stimolando gli acquisti con l’uso massiccio della pubblicità e della vendita a rate. Dal 1921 al 1928 (i cosiddetti anni ruggenti) e classi agiate americane raggiunsero un benessere fino allora mai goduto, sebbene crescesse il divario tra ricchi e poveri. I tratti delle moderne società erano già presenti nelle fabbriche e nelle città americane degli anni Venti, compresi i fenomeni deteriori, evidenziati dalla piaga del gangsterismo, fiorito in seguito alle misure proibizionistiche.
 

Il Crack del 1929 e il "New Deal"

    I nodi dell'economia e della finanza si intrecciarono nella grande crisi scoppiata nell'ottobre del 1929, con il crollo della Borsa di New York, a cui né i mezzi della finanza né quelli dello stato poterono porre rimedio, così che migliaia di aziende fallirono e la disoccupazione salì fino al punto di interessare nel 1934 il 25% della popolazione attiva (circa 13 milioni di americani). Era ormai cominciata la "Grande Depressione".
    Nelle elezioni del 1932 fu eletto presidente il candidato del partito democratico, Franklin Delano Roosevelt, a cui andarono i voti dei ceti medi, dei contadini, degli operai, dei disoccupati, ossia di quei settori maggiormente esposti alla crisi. Roosevelt, uomo di grande prestigio personale, incarnò le speranze di rinascita dell'economia americana e di sviluppo della società. La piattaforma elettorale fu all'insegna della parola d'ordine del "New Deal" ("nuovo corso").

Il '900 e il Ruolo Politico

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