Nel 1927, in un periodo caratterizzato da forti investimenti all'estero e da un'economia in continua crescita, i finanzieri di Wall Street rivolsero la propria attenzione al mercato interno e cominciarono ad acquistare azioni in borsa provocando un aumento dei prezzi. In seguito al continuo incremento del volume degli acquisti, i prezzi delle azioni diventarono sempre più alti e si creò così un boom apparentemente naturale che spinse gran parte del pubblico a investire i propri capitali in borsa: molti impegnarono tutti i propri risparmi, incoraggiati da consulenti disonesti o incompetenti; era tale la fede nella capacità del mercato di garantire profitti eccezionali che non appena veniva avviata un'impresa, spesso con programmi ingannevoli o addirittura fraudolenti, tutti correvano ad acquistarne le azioni.
    A un certo punto iniziò tuttavia a serpeggiare il timore che anche questa crescita inaspettata sarebbe cessata: la Federal Reserve Bank, la banca centrale statunitense, alzò allora il tasso di interesse, ma solo dell'1%, e suggerì alle banche di non concedere denaro in prestito per gli investimenti in borsa, suggerimento in seguito ritirato dietro pressione di uno dei suoi direttori che aveva forti interessi nelle operazioni di borsa.
    Nel contempo, alcuni operatori finanziari decisero che avrebbero potuto realizzare un maggior profitto trasformandosi da speculatori al rialzo in speculatori al ribasso e iniziarono a svendere le proprie azioni: la vendita delle azioni acquistò gradualmente velocità e il 23 ottobre più di sei milioni di azioni vennero negoziate a prezzi sempre più bassi. Il giorno seguente, il "giovedì nero", ne furono negoziate più del doppio. Il lunedì nove milioni di azioni cambiarono di mano; il valore delle azioni era calato di quattordici miliardi di dollari in meno di una settimana. Poi, il "martedì nero", si verificò il crollo della borsa: il prezzo delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni precipitò. Quel giorno più di sedici milioni di azioni vennero negoziate e il valore delle stesse calò di altri dieci miliardi di dollari. Ciò ebbe un riflesso immediato sulle altre borse degli Stati Uniti, da Chicago a San Francisco.

 

   

 

 Il sogno americano di una prosperità senza fine andò improvvisamente in frantumi.

   

    Al crollo della borsa di Wall Street seguì pertanto la chiusura di migliaia di banche, prese d’assalto dai risparmiatori per ritirare il proprio denaro e in un rapido susseguirsi di eventi le aziende furono trascinate nella catastrofe. Nello stesso tempo per mancanza di acquirenti si contrassero ulteriormente le vendite, si ridusse la produzione, migliaia di fabbriche e di imprese fallirono licenziando operai e impiegati.

    Le più colpite della crisi economica furono naturalmente le fasce deboli della società americana (la piccola borghesia e il proletariato industriale), mentre i super milionari  e le grandi corporations non soltanto ne uscirono indenni, ma continuarono ad incrementare il loro potere assorbendo le industrie fallite e le terre abbandonate da migliaia di famiglie contadine. Anche nell’agricoltura la situazione era diventata improvvisamente drammatica. Molti allevatori e contadini, non riuscendo a vendere i loro prodotti per l’improvviso restringimento del mercato, precipitarono nella miseria e si videro costretti a cedere terre e fattorie. Nelle città le file per la tessera del pane, gli accampamenti dei vagabondi nelle periferie, l’esercito di giovani vaganti alla ricerca disperata di lavoro divennero una realtà quotidiana.

    Le cause principi del "giovedì nero" della borsa di Wall Street e la conseguente depressione sono state individuate nella sovrapproduzione dei beni di consumo durevoli (automobili, abitazioni, mobili) che superarono le capacità d’acquisto dei ceti medio-alti, ai quali erano destinati, e che rimasero invenduti provocando la crisi delle aziende, le cui azioni persero valore in borsa, e nel tipo di gestione delle industrie, condotte da tecnici dediti alla ricerca dei massimi utili possibili, del tutto indifferenti ai bisogni generali del paese producendo, ad esempio, beni di consumo superflui da cui trarre profitto e sfuggendo dai problemi relativi alle abitazioni, ai trasporti pubblici, ai servizi.

 

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