L'Iraq si estende in gran parte sulla Mesopotamia (dal greco "tra i fiumi"), un territorio pianeggiante sul quale scorrono prima di congiungersi i fiumi Tigri ed Eufrate. E' una terra che ha ospitato le più antiche civiltà: sumeri, assiri, babilonesi. Data la sua posizione strategica e il fatto di non essere delimitata, se non in qualche misura a Nord, da confini naturali, è stata successivamente, innumerevoli volte, terra di conquista : persiani, macedoni... quindi arena di scontro tra romani e parti.

L'espansione arabo-islamica nel VII secolo portava all'occupazione di un enorme territorio, tra cui la Mesopotamia. Anche la Persia, che confinava ad est con la Mesopotamia, venne islamizzata ma espresse le proprie aspirazioni nazionali attraverso la dissidenza religiosa sciita che divise il mondo musulmano in due blocchi. La Mesopotamia si trovò tra questi due blocchi e divenne dunque di nuovo area di scontro tra le due frazioni islamiche, il cui lascito è ancora oggi una popolazione araba divisa tra sciiti e sunniti, mentre i curdi sono quasi tutti sunniti.

Con la conquista araba la Mesopotamia divenne centro di un enorme impero. Nel 750 la dinastia Abbaside sostituì quella degli Omayadi e il nuovo califfo al-Mansur fondò la città di Baghdad sulle rive del Tigri (spostando la capitale da Damasco). Baghdad crebbe sino a divenire la più grande città del suo tempo. Dopo aver raggiunto il suo apice l'impero arabo-islamico nel corso dei secoli successivi non cessò mai di indebolirsi con sempre nuovi territori che si autonomizzavano dal potere centrale, ed esponendosi così alle mire di altri popoli. Tra questi i mongoli che invasero la Mesopotamia distruggendone le infrastrutture agricole e conquistandone nel 1258 Baghdad, e radendola al suolo. Da questo colpo la regione non si riprese e Baghdad nel 1392 venne nuovamente saccheggiata dalle truppe di Tamerlano. Dopo la caduta del suo impero l'attuale Iraq venne inglobato per un breve periodo nella Persia (1509) e quindi conquistato dagli ottomani del cui impero entrò a far parte nel 1535.

L'Impero Ottomano esercitava il suo potere attraverso dignitari locali (pascià) dotati di una certa autonomia sui propri territori. L'attuale Iraq era distribuito su tre province: Baghdad, Bassora e Mosul. Nella parte araba della Mesopotamia ottomana gli sciiti erano maggioranza e stentavano a riconoscere la legittimità del potere di Costantinopoli, che sosteneva il sunnismo in chiave antipersiana. Favorite dall'abbondanza di acque e dalla fertilità dei suoli, le prime grandi civiltà umane si sono sviluppate nella Mesopotamia a partire da circa 6 mila anni fa. Nel marzo 2003, nella loro avanzata verso An Nasiriyah, le colonne corazzate americane sono passate accanto, probabilmente senza saperlo, dapprima ai resti di Ur, la città sumerica abitata già nel IV millennio a.C., e poi alle rovine di Uruk, la prima città edificata dall'uomo nella storia del mondo: le mura di Uruk sarebbero state costruite dal mitico re Gilgamesh, tra le cui gesta, raccontate in una serie di tavolette incise a caratteri cuneiformi, compare anche la vicenda biblica del diluvio universale.

L'antica Babilonia. Più a nord, non lontano da Karbala, le colonne militari hanno incontrato quindi l'antica Babilonia, la capitale di un regno che, nel periodo di maggior espansione, si estendeva fino alla Palestina e alla Siria. I viaggiatori di allora erano affascinati dalle sue potenti mura e dai ricchi palazzi, dai giardini pensili e dalle imponenti piramidi tronche (gli ziqqurat); il suo re Hammurabi, nel XVIII secolo a.C., fece raccogliere in un grande codice, il primo nella storia del mondo, tutte le leggi che i suoi sudditi dovevano rispettare.

Migliaia di siti archeologici. A nord di Baghdad, i piloti degli aerei che in marzo e aprile bombardavano la città di Mosul, quasi certamente non sapevano che essa sorge sulle rovine dell'antichissima Ninive, la magnifica capitale dell'Assiria nel primo millennio a.C. In realtà, nelle loro operazioni militari, le truppe anglo-americane devono aver incontrato una grande quantità di luoghi di interesse storico e artistico, poiché in Iraq i siti archeologici sono diverse migliaia, molti dei quali non ancora sottoposti a studi e scavi sistematici.

Dai Persiani all'Islam. Nel VI secolo a.C. la Mesopotamia fu occupata dai Persiani di Ciro il Grande, e due secoli dopo fu sottomessa da un altro conquistatore, Alessandro Magno, che inserì la regione nel più vasto mondo ellenistico. Vi furono poi altre occupazioni e dominazioni, ma quella decisiva per la storia futura della Mesopotamia avvenne nel VII secolo d.C. a opera degli Arabi, che vi portarono l'Islam, la religione di Maometto. Nell'anno 762 gli Arabi fondarono Baghdad, e per il mondo islamico la nuova città divenne ciò che Roma, Atene, Parigi sarebbero state per l'Occidente cristiano: una metropoli ricca di palazzi e commerci e insieme un centro raffinato di studi, arti e scienza. Baghdad fu una delle capitali del mondo arabo fino al 1258, quando venne distrutta dagli invasori mongoli e tutta la regione subì una rapida decadenza. Nel 1535, infine, la Mesopotamia fu inglobata nell'impero dei Turchi Ottomani, rimanendo per quasi quattro secoli una provincia di secondaria importanza.


 

La caduta dell'Impero Ottomano

Durante la Prima Guerra Mondiale l'Impero Ottomano si schierò con gli Imperi Centrali e dunque contro la Gran Bretagna. Questa già da anni premeva sulla regione e colse subito l'occasione che le si offriva: sostenne la rivolta araba antiottomana promossa dal giugno 1916 da Husain ibn Ali, sceriffo della Mecca. Questi aveva intrapreso negoziati segreti con gli inglesi che gli avevano promesso l'istituzione di un ampio dominio arabo, indipendente. Un esercito arabo costituito da decine di migliaia di uomini comandati da uno dei figli di Husain, Faysal, con denaro e assistenza inglese, avanzò verso nord conquistando Damasco nell'ottobre del 1918. Nel territorio oggi occupato dall'Iraq però le cose andarono diversamente. La popolazione sostenuta dagli ulema sciiti si alleò contro gli inglesi in una jihad in difesa dello "stato musulmano" che dette qualche filo da torcere agli inglesi. Dal 1914 al 1917 l'attuale Iraq venne comunque progressivamente occupato dalle truppe angloindiane (nel 1915 cadde Bassora e nel 1917 Baghdad). Gli inglesi si insediarono dunque in un clima estremamente ostile, anche perché i settori arabo-nazionalisti che ambivano all'emancipazione dal dominio ottomano, senza per questo cadere in quello inglese, trovarono ancor più forti motivi di frustrazione. I bolscevichi all'indomani della rivoluzione d'Ottobre avevano reso pubblici tutti i trattati segreti e tra questi anche quello Sykes-Picot del maggio 1916 che non prevedeva alcuna indipendenza per le terre arabe, ma la loro spartizione tra Francia e Gran Bretagna. A ciò si aggiunse la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 che schierava la Gran Bretagna a fianco del sionismo.

Una delle conseguenze dirette dell'accordo franco-inglese fu che i francesi entrarono in Damasco nel 1920 cacciando senza tanti complimenti Faysal, che, fidando negli inglesi, si era già proclamato "re degli arabi" e aveva governato la "Grande Siria" per due anni, dopo la sconfitta degli ottomani. L'attribuzione alla Gran Bretagna da parte della Società delle Nazioni del "mandato" (una sorta di "affidamento" politico) sull'Iraq nell'aprile 1920, catalizzò il malcontento che culminò in una sommossa generale chiamata in Iraq "rivoluzione del 1920" e che vide coinvolti tutti gli strati della popolazione irachena. Gli scontri durarono mesi e gli inglesi riuscirono a ristabilire il controllo solo in novembre.

Il dominio inglese

Sir Percy Cox, il rappresentante inglese a Baghdad, proclamò il primo governo iracheno il 23 ottobre 1920. Una volta repressa la ribellione però gli inglesi si resero conto che non potevano governare direttamente e puntarono a creare un apparato statale che sostanzialmente dipendesse da loro, ma dietro le quinte. Un esercito nazionale che affiancava le truppe inglesi fu creato nel 1921 e nel marzo venne imposta la monarchia costituzionale di re Faysal I, lo stesso cacciato in malo modo dai francesi e che così gli inglesi trovavano il modo di "compensare". Il 10 ottobre 1922 un trattato anglo-iracheno regolava la tutela inglese sul nuovo stato. Fu il primo di una serie che rispondeva sempre al fine di gestire una dipendenza neppure tanto mascherata. Il 3 ottobre 1932 il Paese otteneva un'indipendenza che era decisamente formale, visto che in ogni aspetto strategico la Gran Bretagna esercitava il proprio controllo. Gli inglesi piazzarono un loro uomo di fiducia (Nuri Sad) a capo dell'esercito. E per tutelare i propri interessi ricorsero a questo personaggio per vari decenni.

In Iraq vigeva formalmente una certa libertà politica, ma la vera autorità era l'ambasciatore britannico: i partiti, che non avevano alcun radicamento di massa, venivano sciolti se minacciavano anche vagamente l'ordine costituito. Gli inglesi riuscirono a marginalizzare i religiosi sciiti, e lo stato, soprattutto l'esercito, venne affidato a elite arabe sunnite (in continuità con quanto già accadeva sotto gli ottomani). L'esercito iracheno trovò presto materia per "allenarsi": nel 1933 attuò un massacro della minoranza assira, e nel 35-36 represse una rivolta lungo l'Eufrate.

Dal 1925 si aggiunse alla già complessa realtà irachena anche la questione curda: la Società delle Nazioni decretò, nonostante appelli e manifestazioni contrarie dei curdi, che il vilayet di Mosul fosse unito all'Iraq, che si definiva stato arabo.

La base sociale sulla quale nasceva lo stato iracheno dunque era assai debole. Dipendente dalpotere inglese, strutturalmente diviso da due pesa"questioni nazionali": quella curda e quella sciita. Per questo ben presto l'attore principale della scena politica divenne l'esercito, la struttura più solida e con più risorse. Dal 1936 cominciarono una serie di colpi di stato ad opera di diversi gruppi di ufficiali, ma senza che venisse messa in discussione la continuità della monarchia e gli interessi inglesi. Nel 1933 moriva Faysal I e gli succedeva il figlio Ghazi: il nuovo re mostrava una qualche simpatia nazionalista ma morì "provvidenzialmente" in un incidente d'auto nel 1939. Salì al trono il figlio Faysal II che assumeva i poteri effettivi solo nel 1953 dato che alla morte del padre aveva solo quattro anni.

Nel 1936 il colpo di stato del generale Bakr Sidqi al Askari (di origine curda) impose un governo di impronta vagamente nazionalista-kemalista con a capo Hykmet Suleiman (di orgine turca). Cominciava ad esprimersi in settori ancora limitati della società irachena (nascente borghesia, circoli intellettuali, settori dell'esercito) una certa spinta modernizzante. L'esperimento comunque durò poco: nell'agosto 1937 Bakr Sidqi venne assassinato e il governo cadde. Seguì un periodo di forte instabilità (7 colpi di stato) accompagnato da una crescente attività a livello di massa, che vedeva spesso come controparte la Gran Bretagna e la sua politica filosionista.

Nel 1941 un altro colpo di stato portò all'insediamento di un governo militare con a capo Rashid Ali al-Gaylani, nazionalista e panarabo, che per spirito antibritannico e non certo per simpatie filonaziste ricercò l'alleanza di Italia e Germania. L'Asse fece ben poco per Rashid, in compenso la Gran Bretagna intervenne subito con le sue truppe e in un paio di mesi riuscì a ristabilire il controllo sul Paese. Nuri Said venne fatto primo ministro e nel 1943 l'Iraq dichiarava guerra all'Asse. Solo il trattato di Portsmouth nel 1948 restituì una limitata sovranità all'Iraq.

Mentre l'esito della guerra rafforzò gli inglesi la società irachena aderiva con sempre maggior trasporto a idee nazionaliste o comuniste. Il Partito Comunista Iracheno (PCI), formatosi nei fatti con la costituzione dell'Associazione Contro l'Imperialismo (1935), nonostante fosse più radicato nella borghesa e nella classe media che tra i contadini e gli operai, si trasformò ben presto nel partito comunista più forte del mondo arabo. Le pressioni di Gran Bretagna e USA però (gli USA si andavano affiancando alla Gran Bretagna nell'esercizio del dominio di quel Paese) portarono a un'ondata persecutoria contro i comunisti che raggiunse il suo culmine nel '47-'48 quando fu impiccato il suo massimo leader (Yusuf Salman Yusuf detto Fahd) con quasi l'intera direzione del partito.

Anche i curdi fecero sentire la loro voce e nel 1944 fu fondato il Partito Democratico del Kurdstan (PDK) unione di transughi di varie associazioni curde, di comunisti e dell'ala sinistra del primo partito curdo, Hewa Ya Kurd, fondato nel 1910. Il nuovo partito si era chiamato in un primo momento Partito della Liberazione Curda, ma dopo la fuoriuscita dei comunisti (tornati al PCI) adotterà il nome che lo caratterizzerà nei decenni successivi.

Nel dopoguerra Nuri Said e la monarchia proseguirono in una politica seccamente filoccidentale che portò alla rottura delle relazioni con l'URSS (1954) e alla firla del Patto di Baghdad: nel 1954 l'Iraq siglava con la Turchia un accordo in funzione antinazionalista e antisovietica, al quale poi avrebbero aderito la Gran Bretagna, il Pakistan e l'Iran, che suscitò malcontento nei sempre più agguerriti circoli nazionalisti. Il regime cercò di frenare l'effervescenza sociale chiudendo nel '54 giornali e riviste e vietando i partiti politici. Nel novembre 1956 durante l'aggressione di Francia, Gran Bretagna e Israele contro l'Egitto di Nasser ci furono violente manifestazioni in tutto il Paese, duramente represse.
Yasser Arafat, leader dell'Autorità nazionale palestinese. La nascita di uno Stato palestinese è stata il sogno di Yasser Arafat. E' stato questo ideale a sostenerlo durante gli anni di guerriglia, è stato questo sogno a guidarlo nella sua leadership nell'Organizzazione per la liberazione della Palestina(OLP). Arafat non vi ha mai rinunci. Tuttavia, nonostante le pressioni interne, ha fino ad oggi rinunciato a dichiarare unilateralmente la creazione dello stato palestinese. Arafat, il cui nome per intero è Mohammed Abdel-Raouf Arafat al Quadra al-Hussein, è nato in Egitto, al Cairo, il 24 agosto 1929. Suo padre era un commerciante , sua madre morì quando aveva solo di 4 anni. Arafat ha vissuto l'infanzia con uno zio a Gerusalemme, una città che sin dal primo dopoguerra era sotto il governo inglese secondo un mandato della Lega delle Nazioni. Quelli sono anni decisivi per Arafat che vede nascere il conflitto fra arabi ed ebrei, in particolare per gli ebrei immigrati che arrivavano in Palestina con l'idea creare in quel territorio la propria madrepatria.
Mentre compie i suoi studi per diventare ingegnere civile al Cairo, Arafat comincia a studiare la cultura ebraica, e a frequentare persone di credo ebraico, leggendo le opere di sionisti quali Theodor Herzl. Diventa presto un nazionalista palestinese. Quando nel 1948 scoppia il primo conflitto arabo-israeliano, si narra che Arafat fosse riuscito ad entrare in Israele per combattere il neonato stato ebraico. Più tardi però affermerà che lui ed i suoi compatrioti vennero disarmati e rispediti indietro da altri arabi che non volevano l'aiuto di forze irregolari palestinesi.
In seguito alla vittoria di Israele, i palestinesi subiscono un'ulteriore umiliazione: 750.000 arabi palestinesi vengono lasciati senza un loro Stato, anche se già dal 47 le Nazioni Unite avessero previsto in Palestina la creazione di uno stato ebraico e di uno arabo. A metà degli anni '50, Arafat, ufficiale dell'esercito egiziano, combatte nella campagna di Suez. Dopo aver lasciato le file dell'esercito, Arafat lavora come ingegnere in Kuwait. Periodo in cui insieme ad alcuni altri arabi palestinesi, forma il movimento di Al Fatah, un'organizzazione che combatte per restituire la Palestina ai palestinesi. Questo ed altri movimenti si riunirono nel 1964 nell'organizzazione Olp. Il movimento di Al Fatah diventa a poco a poco per Arafat la sua vera occupazione e alla fine del 1965 l'organizzazione comincia la sua attività di raid e di attacchi terroristici verso Israele. Nel 1967 Israele vince la guerra dei Sei giorni, conquista le alture di Golan, la Cisgiordania, Gaza e gran parte della penisola del Sinai in Egitto.
Nel 1968 Arafat e Al Fatah ottengono l'attenzione della comunità internazionale in seguito alla sconfitta inflitta alle truppe israeliane che penetravano in Giordania. Le attività dell'Olp preoccupano però re Hussein di Giordania e nel 1971, dopo una sanguinosa guerra civile, Hussein obbliga i palestinesi a lasciare i territori della Giordania. Sarà, per ironia della sorte, proprio re Hussein che partecipando agli incontri di Wye riuscirà a spingere Arafat e Netanyahu a firmare una accordo. Dopo aver lasciato la Giordania l'Olp stabilisce il proprio quartier generale in Libano e continua a promuovere raid contro Israele. Le azioni terroristiche portano la questione palestinese alla ribalta, ma costano all'Olp un prezzo altissimo in termini di isolamento politico.
Nel 1974 ad Arafat interviene all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che votano per accordare all'Olp lo status di osservatore. Otto anni più tardi, Israele ripaga con la stessa moneta la serie di attentati terroristici dell'Olp lanciandosi in attacchi che distruggono il quartier generale dell'Olp a Beirut.

Arafat ristabilisce la sede dell'organizzazione in Tunisia e dà il suo sostegno ai palestinesi della Cisgiordania e degli altri territori occupati che iniziano ad insorgere contro Israele. Nel 1988 Arafat annuncia l'indipendenza della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e informa le Nazioni Unite che l'Olp non intende procedere nella sua attività terroristica. Dichiara che l'Olp sposa il diritto di tutte le parti a vivere in pace. Alla fine di quello stesso anno, 70 paesi riconoscono l'Olp, la cui credibilità viene però nuovamente indebolita nel 1990 quando l'organizzazione favorisce l'Iraq durante la guerra del Golfo. Sempre nel 1990 l'Olp riconosce ufficialmente Israele e nel 1993 Arafat e Yitzhak Rabin firmano gli accordi della pace di Oslo e stabiliscono un'intesa di base su cui fondare una pace più duratura. Gli accordi prevedono un graduale ritiro delle truppe israeliane da Gaza e dalla Cisgiordania nonché la creazione di un'autorità palestinese come ente governativo dei territori occupati. Rabin e Arafat vincono il Premio Nobel per la pace insieme al ministro degli Esteri israeliano, Shimon Peres. Nel gennaio 1996, con una vittoria schiacciante Arafat diventa presidente dell'Autorità palestinese. Gli sforzi più recenti tesi alla pace hanno subito una battuta d'arresto. L'attuale Primo ministro israeliano Ariel Sharon accusa Arafat per i nuovi episodi di violenza, in quella che da settembre del 2000 è stata definita la "seconda Intifada" e si rifiuta di negoziare fino a quando questi non cesseranno. Arafat accusa Israele, sostenendo che sta cercando di consolidare l'occupazione dei Territori e di imporre la propria volontà e politica sul popolo palestinese. Problemi: Gerusalemme. Nessuna spina nel conflitto tra israeliani e palestinesi è più carico di simboli di Gerusalemme. Il motivo è semplice: la città rappresenta il principale luogo sacro per gli ebrei e il terzo per i musulmani. Metà della città - la sua parte antica - era sotto il controllo giordano fino alla guerra del 1967, quando venne unificata con i settori più moderni sotto l'autorità israeliana dopo che questi conquistarono la Cisgiordania. La posizione palestinese: I palestinesi hanno sempre considerato Gerusalemme, in arabo Al Quds, la capitale del loro futuro stato. Vogliono ristabilire la divisione tra settore arabo e settore israeliano garantendo tuttavia i diritti di tutte le confessioni religiose. La posizione israeliana: Israele insiste nel considerare la città come la propria capitale "eterna" (nonostante la maggior parte delle ambasciate straniere sia dislocata a Tel Aviv), e ritiene che questa debba restare unificata sotto il proprio controllo, garantendo tuttavia i diritti di tutte le confessioni religiose. La recente proposta americana di dividere con i palestinesi la sovranita' della citta' vecchia ha spaccato il paese: Barak e' disponibile a cedere i quartieri arabi con l'eccezione dei luoghi santi, per cui ha proposto una non meglio identificata "sovranita' terza"; la destra rifiuta qualsiasi concessione. Previsione I recenti colloqui tra il negoziatore israeliano Yossi Beilin e quello palestinese Abu Mazen hanno ipotizzato un potenziale compromesso, in base al quale i palestinesi stabilirebbero la propria capitale ad Abu Dis, un quartiere alla periferia orientale di Gerusalemme con vista sui luoghi santi dell'Islam che era parte integrante della città durante la dominazione ottomana ma che oggi non è compresa nei suoi confini municipali.

Un palazzo che secondo molti sarebbe destinato a ospitare il parlamento palestinese è già in fase di costruzione. Ma c'è un nuovo problema: Arafat ha sconfessato l'intesa e sollevato Abu Mazen dall'incarico. Clinton e i mediatori dovranno cercare di confezionare una nuova versione dell'accordo che possa essere presentata come sostanzialmente diversa da quella precedente. Il piano Tenet Il piano Tenet per il cessate il fuoco in Medio Oriente, prende il nome da colui che lo ha elaborato, il direttore della Cia, George Tenet. I dettagli della proposta non sono stati resi noti al pubblico, ma si conoscono i punti chiave su cui essa si basa. L'ottenimento di un cessate il fuoco credibile e duraturo è condizione necessaria per l'applicazione completa delle indicazioni contenute nel rapporto "Mitchell" sul Medio oriente, così chiamato dal nome dell'ex senatore americano a capo dalla commissione internazionale di studio. Ecco i punti chiave del piano Tenet: · Cessazione immediata delle ostilità; arresto dei militanti terroristi; cessazione dell'incitamento anti-israeliano da parte dei media palestinesi · Israele deve sospendere le restrizioni di viaggio imposte ai palestinesi e ritirare le proprie truppe dai territori sotto controllo palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. · Un periodo di "raffreddamento" prima che vengano messe in atto le indicazioni messe a punto dalla commissione internazionale presieduta dall'ex senatore Usa Mitchell. · Le forze del leader palestinese Yasser Arafat devono interrompere gli attacchi contro Israele dalle zone sotto controllo palestinese in Cisgiordania e a Gaza. · Da parte palestinese