INTERPRETAZIONE




All'incesto, soggetto eminentemente tragico in quanto si profila come scontro violento fra la legge del sangue, base della famiglia e della società, e la legge della passione, dei sentimenti, si collega la tragica storia dell'eroina alferiana.
L'idea per la tragedia derivò all'Alfieri dalla lettura delle Metamorfosi di Ovidio: colpito da questo personaggio di fanciulla si convinse che attorno ad essa poteva essere costruita una perfetta situazione tragica; ma Alfieri modificò profondamente la favola mitica per renderla accettabile alla morale moderna.
La Mirra ovidiana nutre verso il padre Ciniro un amore incestuoso e si dispera, fino a tetare il suicidio, quando questo decide di trovarle uno sposo.
L'evento viene impedito dalla nutrice la quale, dopo aver interrogato Mirra, scopre che la fanciulla ama il padre e vede nella madre una rivale per questo folle sentimento.
L'autore classico non esita a portare a compimento la vicenda: nella nutrice prevale sull'orrore la pietà e l'affetto per Mirra e sarà lei a permettere alla fanciulla di consumare l'amore incestuoso, a causa del quale verrà trasformata nella "mirra", la resina odorosa che trasuda da alcune piante orientali.
Di tutto questo Alfieri accoglie solo ciò che egli percepiva come situazione drammatica, cioè il tormento della fanciulla; la sua purezza, la sua sincerità si trasformano negli strumenti del suo tormento, in quanto è l'assoluta assenza di ogni malizia (al contrario del personaggio ovidiano) che la trasforma in un campo aperto, nel quale può irrompere il male e fare scempio, proprio perchè inizialmente neppure immaginato possibile, non riconosciuto.


Agamennone. Illustrazione per la
scena IV dell'atto II.
Tragedie di Alfieri, Milano,
Sonzogno, 1870.

"L'incontro di orrendo ed innocente nel cuore di Mirra era infatti, oltre che una potente base di svolgimento e di scavo nel cupo ove gli affetti han regno, la traduzione di un estremo approfondimento del motivo tragico alfieriano portato alla sua espressione più dolorosa e desolata, più assoluta e profonda chè proprio una fanciulla innocente e sensibilissima, la creatura più nobile e pura che Alfieri abbia mai concepita e colorita dei colori più affascinanti di una prima gioventù è invasa da una passione tremenda e invincibile, la più scelerata che animo umano possa concepire." (W. Binni, Il Settecento letterario in Storia della letteratura italiana, a cura di Cecchi-Sapegno, Milano, Garzanti 1968). Il tormento di Mirra è fatto di silenzi, di domande alle quali non sa dare risposte e si trasformano in incubi.
La tragedia vive soprattutto intorno al personaggio centrale rispetto al quale gli altri personaggi hanno la funzione con la loro umanità affettuosa e con i loro sentimenti di accentuare il clima di dolore e pietà che circonda Mirra e di aumentare a dismisura il suo senso di colpa.
Ai personaggi minori Alfieri non richiede un' autonoma esistenza: essi vivono nel loro legame con Mirra, in rapporto al suo dramma che li turba e provoca la loro reazione di pietà, di dolore, di speranza, di pena per la propria incapacità di comprenderlo e di risolverlo come essi vorrebbero. La loro individuale esistenza serve a graduare lo svolgimento della tragedia, rileva il tormento, la solitudine, il bisogno e il ritegno di confessione di Mirra.
Sotto un certo punto di vista i comprimari di Mirra presentano delle clamorose manchevolezze: Ciniro è troppo buon padre ed e privo di quel fascino che si poteva richiedere al "più avvenente dei mortali", Cecri troppo "mamma" e ingenua, Euriclea troppo ciarliera, infine Pereo troppo "perfetto e accondiscendente".
Ma sono proprio quei difetti a dare più forza alla tragedia: l'umanità paterna di Ciniro renderà più difficile a Mirra la sua lotta per conservare di fronte a lui il suo segreto e la farà sentire sempre più colpevole.
L'ingenuità materna di Cecri ecciterà con la sua incomprensione la reazione gelosa di Mirra. La fedeltà assoluta della nutrice le consentirà sfoghi più aperti.
La devozione sconfinata di Pereo consente all'Alfieri di mettere in luce il fascino femminile di Mirra.
La rappresentazione di questo mondo minore serve al poeta per far crescere lentamente il motivo tragico che si svolge come un fuoco che gradualmente divampa.
Il dramma di Mirra muove da un punto di partenza disperato: essa considera chiaramente invincibile e sa che non potrà ricacciarla da sé, che non potrà liberarsene e riprendere la sua vita, ma che dovrà vincerla solo con l'eliminazione stessa della propria esistenza.
Esclusa ogni possibilità di soluzione felice, Mirra agisce inizialmente per ottenere la liberazione e la morte in una forma più accettabile di quanto non sarebbe il suicidio.
Con le nozze essa collega la partenza da Cipro, l'allontanamento dall'"infausta reggia" e la morte di dolore che seguirà al distacco dal padre.
Per tre atti Mirra persegue, pur fra i contrasti legati all’istintivo rifiuto del legame con il non amato Pereo, questo suo obbiettivo (che le consentirebbe di morire incolpevole) forzando il fidanzato e i genitori ad accettare la soluzione delle nozze che il suo stato disperato fa viceversa apparire a quelli come causa del suo dolore.
Ma quando nel quarto atto ha luogo la cerimonia delle nozze, la passione a lungo repressa si tramuta in un moto invincibile di repulsione per quell’aborrito legame, la cerimonia è interrotta e quella possibilità di evasione, di liberazione si infrange come in un anticipo di catastrofe.
Mirra si piega allora sulla richiesta della morte al padre a alla madre e, quando anche questa possibilità di liberazione si dimostra impossibile nel quinto atto, essa lotterà ormai solo per conservare il segreto della sua passione.
Nelle scene finali dell’atto quinto la tragedia giunge infine alla sua soluzione: si risolve la tremenda tensione che si è accumulata nell’animo di Mirra.


Mirra. Illustrazione per la scena IV
dell'atto II. Tragedie di Alfieri,
Milano, Sonzogno, 1870.

Si tratta della denuncia di una perdita di identità. Nella fanciulla la figlia e l’amante convivono in un conflitto straniante, fintanto che la lotta può restare segreta e Mirra può ancora attribuire alle Furie, a forze maligne ed esterne, l’attrazione erotica verso il padre.
Sogni, incubi, silenzi, idee inespresse e represse sono le manifestazioni di un inconscio al quale la giovane donna non vuole riconoscere consistenza per difendere l’identità dell’io, l’essere figlia. Il colloquio con il padre Ciniro è il momento drammatico in cui Mirra combatte la sua ultima battaglia, ma questa è perduta in partenza: "se Mirra riuscisse a far prevalere la sua identità di figlia si precluderebbe definitivamente la possibilità di amare Ciniro in modo diverso; se rivelasse se stessa, se desse corpo e voce al suo essere amante, ucciderebbe sé come figlia e manifesterebbe un sentimento empio, oltre i confini non solo di ciò che gli uomini tutti riconoscono come giusto, ma anche al di là dei limiti della ragione. Il suicidio scioglie questo nodo, ma nello stesso tempo segna il trionfo dell’inconscio che riafferma la sua forza dimostrando l’inutilità di ogni tentativo di negarlo o di rimuoverlo per salvaguardare l’ordine morale." (G.Bellini-G.Marroni, Letteratura italiana. Storia, forme, testi, Bari, Laterza, 1991).