Affinché un sistema di allarme anti-tsunami funzioni a dovere è necessario innanzitutto individuare le aree costiere che potrebbero eventualmente essere interessate da questo genere di fenomeno. Per far ciò si elaborano al computer alcuni modelli matematici che, tenuto conto dell’altezza delle coste e della morfologia del suolo, sono in grado di stabilire fino a quale distanza dalla riva un’onda di tsunami potrebbe penetrare nell’entroterra. La disponibilità di una mappa delle zone a rischio è uno strumento essenziale sia per definire le aree sorgenti di maremoti sia per determinare gli effetti prodotti da onde anomale sulle coste.


Schema di uno strumento DART. Sul fondo marino è collocato un sensore di pressione che comunica con un canale acustico i dati alla boa ad esso associata. La boa a sua volta invia i segnali ai centri di acquisizione dati.
In secondo luogo, è necessario installare una serie di sismografi sulle coste dell’oceano in grado di localizzare istantaneamente l’epicentro del sisma e il suo magnitudo. I dati così raccolti e la loro analisi dovrebbero consentire di prevedere il momento in cui l’onda di tsunami giungerà con tutta la sua forza distruttiva presso una determinata zona a rischio. In verità l’elaborazione dei dati non è semplice anche perché non tutti i terremoti in mare determinano ondate pericolose di tsunami. Per essere certi della presenza di onde di questo tipo è infatti indispensabile sistemare oltre ai sismografi anche una serie di boe, come il sistema DART (Deep-ocean Assessment and Reporting of Tsunamis) mostrato nelle figure, in alto mare in grado di rilevare la presenza di onde sottomarine. In fondo al mare, sulla verticale della boa, viene situato infatti un misuratore di pressione con il compito di individuare onde sicuramente di tsunami in quanto quelle prodotte dagli uragani e dalle navi in transito non si spingono mai fino al fondo degli oceani. Spesso, però, è capitato in passato di lanciare falsi allarmi anche perché le boe (fra l’altro presenti solo nell’Oceano Pacifico) sono in numero insufficiente per monitorare l’intero fondo oceanico. Per esempio, nell’ultimo maremoto che ha colpito l’estremo oriente la prevenzione però non ha funzionato che parzialmente e soprattutto non ha funzionato in Indonesia dove, per mancanza di organizzazione, per le infrastrutture inadeguate e per una burocrazia farraginosa che ha impedito che la notizia venisse valutata nella sua reale gravità, si è avuto il maggior numero di vittime e di danni materiali.

Un sistema di monitoraggio di tsunami in prossimità delle coste dell'Alaska; la boa trasmette il segnale ad un satellite, proveniente da un sistema posto sul fondo del mare, che registra variazioni di pressione.

 

 

 

 

 

 Nuovi modi per prevedere uno tsunami:

Fino ai primi anni novanta, a causa della complessità dei calcoli, le migliori simulazioni arrivavano al massimo alla linea di costa. Gli scienziati si servivano di quell'ultima altezza per stimare quanto lo tsunami si sarebbe spinto all'interno. Ma, dai primi studi rigorosi sui danni provocati, fu chiaro che i calcoli erano sbagliati. Nel 1992, a causa dello tsunami che colpì Nicaragua, per la prima volta si eseguirono misurazioni sul campo da confrontare con le previsioni del modello, e si scoprì che in alcuni punti i livelli di inondazione erano fino a dieci volte più alti di quelli previsti. Si scatenò così una corsa fra Stati Uniti e Giappone per descrivere le inondazioni con maggiore precisione, e calcolare l'intera evoluzione degli tsunami sulla terraferma. Una combinazione di esperimenti di laboratorio su larga scala e di misurazioni sul campo ha permesso di affinare sia TUNAMI-N2, il modello giapponese, sia il MOST (method of splitting tsunami), americano, finchè i loro dati non sono arrivati a coincidere in modo sufficientemente preciso con quelli relativi allo tsunami nell'Oceano Indiano. Oggi il MOST americano è il modello più avanzato della National Oceanic and Atmospheric Administration, l'ente americana per il controllo degli oceani. Inoltre il modello ha consentito per la prima volta di capire esattamente come uno tsunami riesca a coprire distanze così grandi.

Nel caso delle spiagge italiane non è possibile allertare la popolazione con i sistemi adottati sulle coste del Pacifico per i tempi piuttosto brevi del tragitto dell’onda verso la costa. La prevenzione deve quindi fondarsi su criteri diversi e puntare su una informazione capillare e insistita degli abitanti delle zone rivierasche e degli operatori turistici possibilmente anche con cartelli sistemati sulla battigia che avvisino di allontanarsi velocemente dalla spiaggia in caso di scosse sismiche o del ritiro improvviso del mare.

Infine merita un cenno la costruzione, in Giappone e in India, di alcuni muri e portoni di acciaio che si chiudono automaticamente qualora scatti l’allarme i quali hanno mostrato la loro effica­cia in occasione di tsunami seguiti a pochi minuti dal terremoto o in ore notturne in cui non è possibile avvertire con tempestività la popolazione. Le costruzioni sistemate sulla spiaggia non sono certo un bel vedere ma hanno dimostrato la loro efficacia in passato in Giappone e in India proprio in occasione dell’ultimo tsunami.  

Previsione dei danni:

In base a sopralluoghi condotti in Indonesia e in altre zone dopo la catastrofe, è subito emerso che la sola misura dell'altezza raggiunta dall'acqua non è sufficiente a prevedere l'effetto di uno tsunami. In molte località della Thailandia, dello Sri Lanka e delle Maldive, l'altezza dell'onda si era mantenuta sotto i 4,5 metri, ma la devastazione prodotta era paragonabile a quella di Aceh, dove l'acqua era sei volte più alta. Un altro dato scioccante è che a Banda Aceh le onde avevano distrutto interi isolati di edifici in cemento armato che erano resistiti al sisma iniziale. Per riuscire a prevedere l'entità dei danni, si stanno mettendo a punto nuovi sistemi di valutazione che tengano in considerazione anche le potenti correnti che si formano all'interno dell'onda quando si spinge nell'entroterra, correnti molto più forti in uno tsunami che in una corrente ordinaria. I nuovi standard saranno poi usati per prevedere l'impatto delle ondate sulle strutture costruite lungo le coste.


Danni provocati da uno tsunami in una baia indonesiana.