TERRITORIO
L'Angola è uno stato dell'Africa centrale. Il suo territorio si estende su 1.246.700 km² e conta 12.127.071 abitanti. La capitale è Luanda. Confina a nord con la Repubblica Democratica del Congo, a est con lo Zambia, a sud con la Namibia e a ovest si affaccia sull'oceano Atlantico. Fa parte del paese anche l'exclave di Cabinda situata al confine fra Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo. La lingua ufficiale è quella portoghese.
Il territorio dell’Angola può essere suddiviso in tre regioni fisiche che si succedono da ovest verso est: la stretta pianura costiera; un aspro altopiano (l’altopiano del Biè) che, con un’altitudine media di 1.300 m, occupa circa i due terzi del territorio angolano; i rilievi situati nella sezione centrale del paese, dove si innalza il monte Serra Moco (2.620 m).
Dai rilievi centrali nascono i fiumi più importanti, tra i quali il Kwanza e il Cunene, che sfociano nell’oceano Atlantico, il Kwango, che confluisce a nord nel fiume Congo e, infine, il Kwando e il Kubango, che raggiungono le paludi dell’Okavango, nel Botswana settentrionale.

CLIMA
L’Angola ha un clima tropicale, caratterizzato da una stagione asciutta compresa tra settembre e aprile. La fredda corrente del Benguela mitiga il clima delle regioni costiere e riduce il regime delle precipitazioni, soprattutto nelle aree meridionali. La media annua della piovosità, che a Luanda è di 338 mm, scende ad appena 51 mm in prossimità del deserto del Namib. Nell’altopiano centrale le temperature sono meno elevate e la media delle precipitazioni varia dai 1.500 mm a nord ai 750 a sud del paese.
La forma di vegetazione dominante è la savana, mentre lungo i fiumi si incontrano tratti di foresta pluviale.

PROBLEMI E TUTELA DELL'AMBIENTE
Pressione demografica e carenza di infrastrutture sono le cause principali dei numerosi problemi ambientali dell’Angola. La fornitura di acqua potabile è scarsa in quasi tutto il paese e pressoché assente nelle aree rurali. Lo sfruttamento intensivo dei terreni agricoli ha determinato fenomeni diffusi di erosione del suolo e desertificazione, ai quali è legato il grave problema dell’insabbiamento di fiumi e dighe. La crescente richiesta di legname è responsabile della deforestazione che sta distruggendo le già esigue foreste tropicali nel nord del paese, minacciandone la biodiversità.
In Angola le foreste occupano il 47,4% del territorio, soggetto a tutela ambientale solo per il 12,1% (2007) della superficie. Esiste un sistema di aree protette formato da parchi nazionali e riserve naturali; i maggiori sono i parchi nazionali Kisama, Cameia, Bicuri e Iona. Rappresentano gravi minacce all’habitat delle foreste il bracconaggio e lo sfruttamento agricolo indiscriminato.
Il paese ha ratificato la Convenzione sul Diritto del mare e accordi internazionali sulla biodiversità e la desertificazione.

POPOLAZIONE
Nel 2008 la popolazione dell'Angola era di 12.531.357 abitanti, con una densità media di 10 unità per km² e una distribuzione alquanto disomogenea; il 70% della popolazione vive infatti lungo la costa e nelle regioni settentrionali; solo il 37% vive in aree urbane. Oltre alla capitale, Luanda, centri urbani di rilievo sono Huambo, importante centro agricolo, Lobito e Lubango.


Angolese che accende il fuoco


Malgrado la presenza nel paese di oltre novanta etnie, la popolazione è costituita in prevalenza da bantu, dediti all’agricoltura. I gruppi principali sono i mbundu, stanziati nel centro e nel sud del paese, i bakongo, nell’area nordoccidentale, i kimbundu, nella regione centrosettentrionale, e i chokwe-lunda, a est. Prima della proclamazione dell’indipendenza, avvenuta nel 1975, nel paese era presente una comunità portoghese di circa 400.000 persone, la maggior parte delle quali è rientrata in patria.

LINGUA E RELIGIONE
Lingua ufficiale è il portoghese, nonostante più del 90% degli abitanti del paese parli idiomi bantu. Circa il 53% della popolazione è di religione cristiana, il rimanente professa fedi animiste.

ISTRUZIONE E CULTURA
L’istruzione è gratuita e obbligatoria dai 7 ai 15 anni. Il governo ha cercato di ridurre l’elevato tasso di analfabetismo, trovando tuttavia forti ostacoli nella carenza di insegnanti e nel perdurare della guerra civile. Nel 1990 il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta era del 41,7%. L’unica università del paese è la “Agostinho Neto”, fondata nel 1976 a Luanda.


PROFILO ECONOMICO

ECONOMIA
Il lungo periodo di colonizzazione portoghese si caratterizzò principalmente per l’indiscriminato sfruttamento delle risorse agricole e minerarie del paese. Dopo l’indipendenza, lo sviluppo economico, nei settori agricolo e industriale, è stato compromesso sia dall’esodo di massa dei portoghesi – che fornivano la quasi totalità della classe dirigente e dei tecnici – sia dagli effetti della guerra di liberazione e della successiva lunghissima guerra civile. Nel 2006 il PIL era di 45.163.241.000 dollari USA, pari a un PIL pro capite di 2.727,70 dollari.

SETTORE PRIMARIO
Nonostante il notevole potenziale agricolo, solo lo 0,5% del territorio angolano è coltivato. Il principale prodotto da esportazione è rappresentato dal caffè, mentre per il consumo interno vengono coltivate soprattutto manioca, canna da zucchero, banane, mais, cotone, ortaggi, palme da olio e sisal. L’allevamento del bestiame, praticato in particolare nelle regioni meridionali, è un’attività di mera sussistenza ed è minacciato dalla presenza della mosca tse-tse. Il settore primario occupa il 75% della popolazione attiva (1990), contribuendo alla formazione del PIL annuo per il 8,9% (2006).

Le risorse forestali sono concentrate principalmente nell’exclave di Cabinda e nell’area nordoccidentale del paese. La corrente fredda del Benguela rende le coste del paese particolarmente ricche di fauna ittica, tanto che la pesca (perlopiù di merluzzi e sardine) è sempre stata un’attività importante, anche se non sviluppata su scala industriale. I principali porti pescherecci sono Benguela, Luanda, Namibe e Porto Amboim.
La presenza di numerosi corsi d’acqua, quali il Cuanza, il Cunene, il Dande e il Catumbela, consente una buona produzione di energia idroelettrica (il 66,41% della produzione totale). Le più importanti risorse minerarie dell’Angola sono il petrolio – che costituisce il 94,8% (1991) delle esportazioni nazionali – oltre a diamanti, sale e gas naturale; fino al 1975 era inoltre rilevante l’estrazione del ferro.

SETTORE SECONDARIO
Nel settore industriale, il cui sviluppo è modesto, assumono un certo rilievo la lavorazione di prodotti agricoli, vetrerie, cementifici, raffinerie (queste ultime ubicate a Cabinda e a Luanda) e manifatture tessili. Il settore contribuisce per il 69,7% (2006) alla formazione del prodotto interno lordo, e occupa l’8% (1990) della popolazione attiva.

SETTORE TERZARIO
Dopo la proclamazione dell’indipendenza (1975), il paese ha avuto a lungo l’Unione Sovietica e Cuba tra i principali partner commerciali e politici. Oggi l’Angola esporta petrolio, caffè, diamanti, sisal, pesce e olio di palma principalmente verso gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Corea del Sud; mentre importa tessuti, generi alimentari, macchinari pesanti, ferro e acciaio (oltreché armi) soprattutto dalla UE, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti, dalla Cina e da Taiwan. Nel 2000 il valore totale delle esportazioni fu di 6.646 milioni di $ USA, a fronte di importazioni per 2.351 milioni di $ USA.
La valuta del paese è il nuovo kwanza, che sostituì nel 1990 il kwanza; l’istituto di emissione è la National Bank of Angola.
Il paese dispone di una rete stradale di 51.429 km, di cui solo il 10% asfaltato, e di una rete ferroviaria di 2.800 km, insufficienti per servire adeguatamente l’intero territorio. Proprio per sopperire a queste carenze la compagnia di bandiera ha istituito un servizio aereo interno relativamente efficiente. La principale linea ferroviaria, la ferrovia di Benguela, collega lo Zambia e la provincia congolese del Katanga con il porto di Lobito.

ORDINAMENTO DELLO STATO
Colonia e poi, dal 1951, provincia d’oltremare portoghese, l’Angola diventò indipendente nel 1975 dopo una lunga lotta di liberazione condotta da movimenti di diversa ispirazione, tra i quali il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (MPLA) di Agostinho Neto, che si insediò al potere. Da allora, i tentativi di stabilizzare la vita politica del paese sono stati a lungo vanificati da un violento scontro tra le forze governative e quelle dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (UNITA) di Jonas Savimbi. Trattative tra il governo e la guerriglia furono avviate già alla fine degli anni Ottanta, ma solo nel 2002, dopo la morte di Savimbi, sono pervenute a un accordo efficace, che ha aperto una fase di difficile e incerta pacificazione.
Secondo la Costituzione del 1975, più volte rivista, il presidente della repubblica, eletto a suffragio universale ogni cinque anni, è anche capo del governo. Il potere legislativo è affidato a un Parlamento unicamerale (
Assembleia Nacional) di 220 membri, eletti a suffragio universale ogni quattro anni. Al vertice del sistema giudiziario, che unisce elementi di diritto portoghese e consuetudinario, è una Corte suprema i cui membri sono nominati dal capo dello stato. La pena di morte è stata abolita nel 1992.


Bambino affamato in una provincia ad est di Mexico, Angola.

STORIA
Abitata fin dall’età della Pietra da popolazioni dedite alla caccia e all’agricoltura, a cui si sostituirono nel VII secolo d.C. le popolazioni bantu, la regione fu interessata dai flussi migratori di popoli provenienti da nord e da est che, mescolandosi tra loro, diedero origine a nuove etnie. Nel 1483, quando i portoghesi sbarcarono in Angola, alla ricerca del regno leggendario del Prete Gianni, vennero a contatto con un regno, quello dei ManiKongo, ben consolidato. Accolti amichevolmente, i nuovi arrivati riuscirono gradualmente a stabilire rapporti diplomatici con i sovrani i quali, convertitisi al cristianesimo, accettarono la loro guida nell’amministrazione del regno. A partire dal 1570, lo stato di ManiKongo si indebolì progressivamente a causa degli attacchi degli jaga (popolazione nomade dell’est) e dell’ampliamento della sfera d’influenza portoghese, estesasi ormai, grazie alla costituzione di numerosi avamposti commerciali, fino all’intera regione a sud dell’attuale Luanda.

Il territorio così colonizzato prese nome dal potente re N’gola al quale una delegazione portoghese aveva reso visita nel 1574. La tratta degli schiavi, praticata su larga scala con l’ausilio di alcuni capi locali, costituì per i colonizzatori la fonte dei maggiori profitti al punto che, tra il 1640 e il 1648, i portoghesi dichiararono guerra agli olandesi per il controllo della regione. Si calcola che, fino alla fine del XIX secolo, siano stati deportati oltre tre milioni di persone, nonostante il commercio degli schiavi fosse stato ufficialmente abolito nel 1830. A causa della forte resistenza opposta dalle popolazioni locali, il completo controllo del paese, soprattutto delle regioni interne, fu conseguito solo agli inizi del XX secolo, quando il governo portoghese instaurò il cosiddetto regime do indigenato, un sistema basato sullo sfruttamento economico e sulla repressione politica rimasto in vigore fino al 1961.

Nel 1961 l’MPLA (Movimento popular para a libertacaõ da Angola), guidato da Agostinho Neto, diede inizio alla lotta per l’indipendenza; negli anni seguenti fecero la loro comparsa due altri movimenti anticolonialisti: l’FNLA (Frente nacional de libertacaõ da Angola), guidato da Holden Roberto, e l’UNITA (Uniaõ nacional para a indipendencia total da Angola), guidato da Jonas Savimbi. I tre movimenti, divisi da rivalità etniche e politiche, non giunsero uniti all’indipendenza (11 novembre del 1975) e due differenti governi, insediatisi rispettivamente a Luanda (MPLA) e a Huambo (UNITA), rivendicarono il controllo del paese, dando vita a un conflitto che coinvolse le stesse superpotenze; l’Unione Sovietica sostenne l’MPLA, mentre l’UNITA fu sostenuta soprattutto dagli Stati Uniti e dal Sudafrica.

All’inizio del 1976 lo scontro si risolse a favore dell’MPLA. Il governo guidato dal suo leader Agostinho Neto, nominato presidente, ottenne gradualmente il riconoscimento internazionale. A Neto, scomparso nel 1979, successe alla guida del paese José Eduardo dos Santos. Nello stesso periodo, uscito di scena l’FLNA, proseguirono le azioni di guerriglia guidate dall’UNITA. A queste, tra il 1981 e il 1982, si aggiunsero incursioni militari sudafricane, ufficialmente condotte per perseguire i ribelli namibiani, ma in realtà tese a destabilizzare il governo di Dos Santos, a sostegno del quale intervennero militarmente 50.000 soldati cubani.

Nel 1988 vennero avviati negoziati tra Angola, Sudafrica e Cuba per concertare un piano di pace che ponesse fine all’intervento straniero. In base a tali accordi le ultime truppe cubane lasciarono il paese nel maggio del 1991 e il governo centrale firmò un compromesso con l’UNITA per il cessate il fuoco sotto la supervisione dell’ONU. Le nuove elezioni, indette nel settembre del 1992, confermarono la maggioranza parlamentare all’MPLA (130 seggi contro 70), ma l’UNITA non riconobbe i risultati elettorali e riprese la guerriglia, che si intensificò notevolmente nel corso del 1993 quando i combattimenti tra le forze governative e i guerriglieri causarono l’esodo di un milione di profughi.

Nel 1994 l’MPLA e l’UNITA raggiunsero un nuovo accordo a Lusaka. A fronte di ampie concessioni all’UNITA (tra cui lo sfruttamento di miniere di diamanti indispensabili per la sopravvivenza politica del movimento), questa si impegnava a entrare con propri ministri in un governo di unità e riconciliazione nazionale.

Il paese non raggiunse tuttavia una stabilità, a causa della profonda crisi e del malcontento sociale, dell’estesa corruzione e del non sopito antagonismo tra i due movimenti. Nel giugno del 1997 nel paese giunsero i “caschi blu” della Missione di osservazione delle Nazioni Unite in Angola (MONUA), con il compito di favorire il processo di riconciliazione. Nel 1998 fu concordato un nuovo accordo di pace, al fine di integrare membri della direzione politica dell’UNITA in un governo di unità nazionale e le sue truppe nell’esercito nazionale angolano. Tuttavia, solo una parte dell’UNITA fu effettivamente smobilitata e le ripetute violazioni della tregua indussero l’MPLA a espellere dal governo l’UNITA, che conservò sotto il suo controllo ampie porzioni di territorio e soprattutto una regione ricca di diamanti a nord. Nell’estate del 1998 l’Angola inviò proprie truppe nella Repubblica democratica del Congo, a sostegno del governo di Laurent-Désiré Kabila.

Alla fine del 1998 il conflitto civile si aggravò ulteriormente. Grazie ai proventi del contrabbando dei diamanti e al tacito sostegno di alcuni paesi, non solo africani, l’UNITA si preparò, dotandosi di armi e apparecchiature molto sofisticate, a fronteggiare una massiccia offensiva annunciata dal presidente José Eduardo dos Santos. Nel marzo 1999 il governo angolano invitò l’ONU a richiamare la missione MONUA, ritenendola inadeguata a imporre un reale disarmo all’UNITA. Nel 2000 quest’ultima venne colpita da un embargo dell’ONU.

Agli inizi del 2002 il leader dell’UNITA Jonas Savimbi morì in uno scontro a fuoco con le truppe governative. In seguito alla scomparsa dello storico avversario del governo angolano – e di quella, avvenuta pochi giorni dopo, di Antonio Dembo, altro importante esponente della guerriglia – ripresero le trattative tra governo e ribelli. Il 4 aprile dello stesso anno governo e ribelli raggiunsero un accordo che prevedeva l’amnistia per i guerriglieri dell’UNITA, l’integrazione di una parte di essi nelle forze regolari angolane e la costituzione di una commissione mista a salvaguardia della tregua.

Devastato dalla lunghissima guerra civile – che ha causato circa un milione di morti e quattro milioni di profughi – il paese vive oggi una situazione gravissima, nonostante le ingenti ricchezze di cui dispone. Per lungo tempo, i proventi della vendita del petrolio e dei diamanti sono andati ad alimentare quasi unicamente lo scontro armato e una ramificatissima rete di clientelismo e di corruzione; la gran parte della popolazione angolana vive invece nella miseria, ammassata ai margini delle grandi città per sfuggire alla guerra e all’insidia delle mine antiuomo, di cui il territorio del paese è letteralmente disseminato.

Nel 2004 sono stati espulsi dal paese circa 300.000 lavoratori stranieri impiegati in attività illegali di estrazione dei diamanti.