La campagna elettorale per la presidenza, che oppone il vicepresidente Al Gore a George W. Bush, figlio dell’ex presidente George Bush, si conclude con la vittoria del candidato repubblicano. Decisiva è ai fini del risultato finale la candidatura di Ralph Nader, popolare difensore dei diritti civili, che sottrae al democratico Gore una parte dell’elettorato, sebbene modesta (2,6%). Quelle del 2000 sono tra le elezioni più incerte e combattute della storia degli Stati Uniti, non solo per l’insolita lunghezza della campagna elettorale – durata praticamente tutto l’anno – e per la sua asprezza, ma anche per la confusione che caratterizza la fase conclusiva. Lo stretto margine di voti che separa i due contendenti in diversi stati (e soprattutto in Florida, dove i democratici contestano la validità dello scrutinio) tiene in sospeso il paese. A più di un mese dal voto popolare, il 13 dicembre la Corte Suprema, con lo scarto di un solo voto, convalida la vittoria di Bush, che si insedia alla Casa Bianca agli inizi di gennaio 2001. I primi “cento giorni” – che nel sistema politico statunitense rappresentano un importante segnale dell'indirizzo che la nuova amministrazione intende seguire – vedono prendere decisioni significative circa molte questioni anticipate durante la campagna elettorale: lotta all'aborto, alleggerimento della pressione fiscale, tagli ai finanziamenti dei settori assistenziale, previdenziale e scolastico. Dopo timidi segnali che fanno sperare in una ripresa economica, a partire dalla primavera l’industria statunitense inizia a perdere colpi; le maggiori perdite si hanno nel settore della new economy, che dopo l’impetuosa espansione degli ultimi anni vede la chiusura di centinaia di imprese. In politica internazionale le prime iniziative della nuova amministrazione indicano un netto cambiamento di rotta e una ridefinizione degli obbiettivi strategici americani. A pochi giorni dal suo insediamento, Bush annuncia lo sblocco della vendita di armi a Taiwan; quasi contemporaneamente cinquanta diplomatici russi, accusati di spionaggio, sono espulsi dagli Stati Uniti. Le reazioni dei governi di Pechino e di Mosca non si fanno attendere; Mosca espelle a sua volta una cinquantina di diplomatici statunitensi, mentre Pechino reagisce con particolare fermezza a un incidente che evoca i tempi della Guerra Fredda e porta i due paesi sull’orlo di una drammatica rottura. Il 1° aprile l’aviazione militare cinese intercetta un aereo-spia statunitense, costringendolo ad atterrare; dopo le reiterate proteste di Washington, l’equipaggio è rilasciato e rientra negli Stati Uniti, mentre l’aereo, provvisto di sofisticate attrezzature, viene trattenuto in Cina. Bush annuncia inoltre l’intenzione di interrompere le trattative con la Corea del Nord, avviate dalla precedente amministrazione per sostenere il riavvicinamento tra Seoul e Pyongyang e rilancia il progetto del cosiddetto “Scudo spaziale” – la National Missile Defense, Difesa missilistica nazionale – già caro al presidente Reagan, incontrando la ferma opposizione della Cina e della Russia ma anche la perplessità dei paesi dell’Unione Europea, preoccupati di una pericolosa corsa al riarmo. In estate, le nuove decisioni della Casa Bianca confermano la messa in atto di una vera e propria svolta nella strategia politica e militare americana; ne sono altri segnali la rimessa in discussione di una serie di importanti trattati internazionali – sull’ambiente, sulle armi batteriologiche, sulle armi leggere, sulle mine antiuomo – in attesa di ratifica, e le intenzioni di disimpegno nei confronti di alcune questioni internazionali (ad esempio il conflitto nei Balcani e in Medio Oriente) costantemente nell’agenda della passata amministrazione. L’11 settembre i piani della nuova amministrazione e la stessa vita della nazione americana sono sconvolti da un evento inaudito. Il paese subisce un attacco terroristico di sconvolgenti dimensioni, lanciato contro gli stessi simboli del potere politico ed economico americano. In un’agghiacciante sequenza, tre aerei di linea sono sequestrati da commando suicidi e scagliati, nel breve arco di tempo di un’ora (dalle 8,45 alle 9,43) con tutto il loro carico umano contro le due torri del World Trade Center di New York e la sede del ministero della Difesa americano, il Pentagono. Un quarto aereo dirottato, dopo aver solcato i cieli americani alla ricerca di un ulteriore obbiettivo (forse Camp David, la residenza estiva del presidente, forse la Casa Bianca o addirittura lo stesso Bush, in viaggio verso Washington a bordo dell’aereo presidenziale) precipita al suolo nei dintorni di Pittsburgh alle 10,47. Dopo lo schianto del primo aereo contro la torre nord del World Trade Center, l’attacco viene ripreso e trasmesso in tutto il mondo dalle televisioni. Centinaia di milioni di persone assistono così in diretta al violento impatto del secondo aereo contro la torre sud e poi, tra le 10 e le 10,27, al crollo delle due torri che travolge migliaia di persone e copre Manhattan di uno spesso strato di polvere e fumo. Negli Stati Uniti, ma anche in molti altri paesi del mondo, si diffonde il panico. L’attacco terroristico causa migliaia di vittime (tra 5000 e 6000, ma i corpi recuperati dalle macerie sono solo poche centinaia) e un enorme danno economico. Per limitare i nefasti effetti dell’attentato la Borsa di Wall Street rimane chiusa per alcuni giorni. L’azione non è rivendicata, ma vi sono molti elementi che riconducono al radicalismo islamico e a uno dei suoi principali esponenti: Osama Bin Laden.  Il presidente Bush lancia una campagna diplomatica volta a ottenere il più ampio sostegno internazionale per una energica offensiva contro il terrorismo chiamata Enduring Freedom (“Libertà duratura”). Le prime indagini confermano l’appartenenza dei membri del commando suicida alla rete fondamentalista islamica. L’amministrazione statunitense accusa apertamente Bin Laden e ne chiede la consegna alle autorità dell’Afghanistan, che da anni ospitano il leader e le basi dell’organizzazione armata Al Qaeda (o Al Qaida, “la base”). Bush ottiene il sostegno, oltre che degli alleati della NATO (che attiva il meccanismo di solidarietà militare previsto dall’articolo 5 dell’organizzazione), di moltissimi altri paesi, compresi quelli islamici, la gran parte dei quali è tuttavia contraria all’intervento militare contro l’Afghanistan annunciato dagli Stati Uniti. Alla coalizione capeggiata da Washington si aggiunge il Pakistan, il maggior alleato dei taliban. Islamabad compie l’ultimo tentativo diplomatico nei confronti di Kabul, che oppone un ulteriore rifiuto alla richiesta di consegnare Bin Laden. Concentrata un’imponente armata nell’oceano Indiano, il 7 ottobre gli Stati Uniti lanciano l’attacco aereo contro l’Afghanistan, rivolto ad annientare la macchina bellica dei taliban e a favorire l’instaurazione di un regime moderato nel paese. Il 12 ottobre scoppia l’allarme batteriologico; nelle redazioni di diversi giornali e reti televisive vengono recapitate lettere contenenti spore di Bacillus antrax, agente responsabile del carbonchio, una malattia infettiva del bestiame che può colpire anche gli esseri umani. Diverse sono le persone contagiate, due delle quali muoiono. Dalle prime indagini non emergono collegamenti con il terrorismo fondamentalista islamico. Tracce del bacillo vengono rinvenute anche nell’edificio del Senato. Il 17 ottobre la Camera dei rappresentanti è evacuata e chiusa per una settimana per controlli; tre giorni dopo vi vengono rinvenute tracce di antrace. Gli Stati Uniti intensificano i bombardamenti sull’Afghanistan, favorendo l’avanzata delle milizie dell’Alleanza del Nord. Il 12 novembre un aereo dell’American Airlines con 255 persone a bordo precipita subito dopo il decollo sulle case del quartiere newyorchese di Queens. A New York, dove si sta svolgendo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si riaffaccia l’incubo del terrorismo islamico, ma le successive indagini avvalorano l’ipotesi di un incidente. Il governo statunitense rafforza le misure di sicurezza; dopo centinaia di arresti sui quali viene mantenuta un’assoluta segretezza, il presidente Bush firma un decreto che istituisce tribunali militari speciali per i cittadini stranieri sospettati di terrorismo. Il 2 dicembre fallisce la Enron, gigante texano del settore energetico. Fondata nel 1985 e giunta a ricoprire la settima posizione della classifica della rivista “Fortune” delle società statunitensi, durante l’estate aveva annunciato perdite per centinaia di milioni di dollari. La compagnia texana, con interessi nel mercato del petrolio, del gas, del carbone, del legno ecc., aveva per anni nascosto i suoi debiti, scaricandoli su più di mille sussidiarie fantasma con sede nei paradisi fiscali. Quello della Enron è il più grave fallimento della storia degli Stati Uniti e coinvolge sia un’importante società di revisione, la Arthur Andersen, sia lo stesso presidente Bush, di cui il presidente della Enron, Kenneth Lay, è un importante sostenitore. Il 17 dicembre riapre l’ambasciata statunitense a Kabul, mentre sulla stampa statunitense si fanno sempre più insistenti le voci di un prossimo attacco all’Iraq. Nella crisi mediorientale, che vede intensificarsi lo scontro tra Israele e palestinesi, l’amministrazione statunitense si schiera apertamente al fianco del premier israeliano Sharon e ammonisce Arafat, accusandolo di non voler fermare la strategia terroristica lanciata contro Israele dai gruppi radicali dell’intifada. Un giudice federale di Philadelphia annulla la sentenza che nel 1982 aveva condannato a morte il leader delle Pantere Nere Mumia Abu Jamal per l’uccisione di un poliziotto bianco; a causa del provvedimento, la magistratura della Pennsylvania dovrà provvedere a emettere una nuova sentenza entro sei mesi, passati i quali la condanna a morte verrebbe automaticamente convertita nell’ergastolo. Conosciuto in tutto il mondo, Mumia Abu Jamal è diventato negli ultimi anni uno dei simboli della battaglia contro la pena di morte e per lui si sono mobilitate centinaia di migliaia di persone, tra cui importanti esponenti della cultura e della politica internazionali. Agli inizi del 2002 l’esercito statunitense trasferisce nella base militare di Guantánamo, a Cuba, diverse decine di combattenti islamisti catturati in Afghanistan. La pubblicazione di alcune foto che ritraggono i prigionieri in ginocchio, ammanettati e bendati, solleva le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, che invocano il rispetto della convenzione di Ginevra. L’amministrazione statunitense accoglie solo in parte gli appelli, riconoscendo lo status di prigionieri di guerra ai taliban ma non ai membri di Al Qaeda, l’organizzazione di Osama Bin Laden. Nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato il 29 gennaio, il presidente Bush pone la lotta al terrorismo al centro dell’attività del suo governo; secondo Bush, l’azione degli Stati Uniti deve rivolgersi non solo contro le organizzazioni che fanno del terrorismo il principale strumento di lotta, ma anche contro gli stati che le favoriscono e le ospitano. Tra quelli considerati “stati canaglia” dall’amministrazione americana, Bush ne menziona esplicitamente tre (Iraq, Iran e Corea del Nord), accomunandoli sotto l’etichetta di “asse del male” e accusandoli di perseguire lo sviluppo di armi di distruzione di massa. Il discorso di Bush segue di pochi giorni la morte di Clifford Baxter, vicepresidente della Enron, suicidatosi il 25 gennaio. Baxter si era dimesso nel maggio 2001 per protestare contro i bilanci falsi dichiarati dalla società che, entrata in crisi durante l’estate, aveva dichiarato bancarotta il 2 dicembre, gettando sul lastrico milioni di risparmiatori e bruciando i fondi pensione dei suoi 21.000 dipendenti. Il caso Enron, diventato in poche settimane uno scandalo di enorme portata, provoca un grave scontro tra le due principali istituzioni statunitensi, il Congresso e la Casa Bianca. In seguito al rifiuto di consegnare alle commissioni parlamentari gli atti relativi al rapporto intercorso tra la presidenza e la Enron, il General Accounting Office (una sorta di “corte dei conti”, formata però da parlamentari) avvia, per la prima volta nella storia del paese, una formale causa davanti al tribunale di Washington contro il governo, nella persona del vicepresidente Dick Cheney. L’8 febbraio ha inizio a Salt Lake City, nello Utah, la XIX edizione delle Olimpiadi invernali; vi prendono parte 2.251 atleti, in rappresentanza di 77 paesi. A causa dell’allarme terroristico i giochi si svolgono tra eccezionali misure di sicurezza. Il 18 inizia il viaggio di Bush in Asia; il presidente statunitense visita in sequenza il Giappone, la Corea del Sud e la Cina. Il governo degli Stati Uniti rilancia la sua iniziativa diplomatica con due importanti missioni in Medio Oriente, del vicepresidente Dick Cheney e del segretario di stato Colin Powell. Le missioni sono rivolte rispettivamente a ottenere il consenso degli stati arabi a un nuovo attacco contro l’Iraq, sospettato dello sviluppo di un programma di riarmo, e il ritiro delle truppe israeliane dai territori palestinesi, ma conseguono entrambe scarsi risultati. Nel novembre del 2004 si sono svolte le elezioni del presidente degli stati uniti; che vedevano sfidanti George W. Bush e J. F. Kerry; Bush vince con una cospicua differenza di voti sul suo avversario e rimane così presidente degli U.S.A per altri quattro anni.

 


Il Ground-Zero dopo la caduta del World Trade Center.