Nell’arco del 1609, quindi, durante la notte Galileo osservava il cielo con il telescopio, mentre di giorno trascriveva le proprie scoperte; il Sidereus Nuncius, l’opera che raccoglie tutte queste osservazioni, venne steso in forma definitiva nel gennaio-febbraio 1610 e venne pubblicato il 13 marzo dello stesso anno in 550 copie.

L’opera ci è trasmessa anche da due manoscritti autografia conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze: il ms. Galileiano 18, che è un primo abbozzo del testo e il Div. 2a – Parte 3a t. 3, che è invece una copia mutila. La lingua scelta per la stesura è il latino, il latino "semplice" al quale facevo riferimento nei paragrafi precedenti, ma nel contempo efficace, che «a tratti fa trasparire un’emozione vibratile e commossa». La scelta della lingua ci porta quindi a pensare che il target dell’opera sia ristretto alla sola cerchia degli scienziati europei; ebbene il solo frontespizion originale del Sidereus Nuncius, che riporto qui sotto, smentisce questa ipotesi:

 

 

SIDEREUS NUNCIUS magna, longeque admirabilia Spectacula pandens, suspiciendaque proponens vnicuique, praesertim vero philosophis, atq; astronomis, quae à GALILEO GALILEO PATRITIO FIORENTINO Patauini Gymnasij Publico Mathematico PERSPICILLI Nuper à se reperti benficio sunt obseruata in lunae facie, fixis innumeris, lacteo circulo, stellis nebulosis, apprime verò in qvatvuor planetis Circa iovis Stellam disparibus interuallis, atque periodis, celeritate mirabili circumuolutis; quos, nemini in hanc usque diem cognitos, nouissimè Author depraendit primus; atque MEDICEA SIDERA nvncvpandos decrevit venetiis, Apud Thomam Baglionum, m d c x.

 

Ciò che più colpisce è indubbiamente è quel vnicui, quell’ognuno, che fa capire che, nonostante l’opera sia scritta in latino e quindi sia stata scritta praesertim con l’intento di attirare l’attenzione di tutti i philosophes atque astronomes d’Europa, Galileo intendeva rivolgersi anche alla gente "comune", o perlomeno, a chiunque volesse leggere i risultati delle sue osservazioni. E’ infatti proprio la ricezione del Sidereus Nuncius a costituire la peculiarità più significativa dell’opera. Il Battistini, abile commentatore del testo in questione, dopo aver fatto notare la larghissima diffusione dell’opera (che assume quasi le connotazioni di una moderna diffusione globale: l’autore scrive che nel 1640, copie del Sidereus Nuncius era giunte perfino in Russia, India, Corea, Giappone e addirittura in Cina, dove il titolo, tanto per curiosità, era stato tradotto Chia-Li-Lueh). Scrive il Battistini: «Di sicuro il Sidereus era un testo che segnava una svolta epocale, destinata a far riflettere e a incidere durevolmente non solo sugli astronomi [tra i quali anche Keplero, nella sua Dissertatio, lodò le scoperte di Galileo contenute nel Sidereus. Certo vi furono anche detrattori, che per la maggior parte sostenevano che Galileo si fosse fatto ingannare dalle luci e macchie che si venivano inevitabilmente a creare a causa della struttura difettosa delle lenti del telescopio (la tecnologia del tempo non concedeva di meglio); ad ogni modo persino i potentissimi astronomi della Compagnia di Gesù riconobbero le scoperte di Galileo, ndr], ma sugli epistemologi, sui filosofi e persino sui letterati e sugli artisti […] Di là dalle mere scoperte fattuali, le poche decine di pagine pubblicate da Galileo abbattevano d’un tratto le credenze più radicali e incrollabili». Ma quali sono i contenuti del Sidereus? L’opera è preceduta da una dedica a Cosimo II de’ Medici e, pur non essendo suddivisa in capitoli, presenta una scansione rigorosa, che vede nell’ultimo argomento trattato, la scoperta dei pianeti Medicei, il suo climax. All’inizio dell’opera Galileo, dopo aver elencato i risultati delle sue osservazioni astronomiche, secondo uno schema tipico delle sue opere che abbiamo già visto trattando le lezioni sull’Inferno dantesco, fornisce alcune informazioni tecniche sul come utilizzare correttamente il telescopio, per poi descrivere le sue scoperte riguardo alla Luna (la sua natura simile a quella della Terra, i monti, la rifrazione della luce solare, ecc.). Il nostro autore passa poi ad analizzare le stelle fisse e poi la Via Lattea, che il canocchiale mostra essere come una «congerie di innumerevoli stelle, disseminati a mucchi». Galileo passa quindi all’elencazione delle conclusioni che aveva tratte dall’osservazione dei pianeti Medicei e della loro posizione rispetto a Giove compiuta tra il 7 gennaio 1610 e il 2 marzo dello stesso anno. Riporto qui brevemente le notazioni galileiane: 1) i pianeti Medicei compiono i loro giri intorno a Giove; 2) tutti assieme effettuano i loro periodi di dodici anni intorno al mondo; 3) si volgono in circoli disuguali, con diversa velocità, maggiore per quelli più vicini al pianeta. Il testo si chiude rinviando il lettore ad una successiva e più ampia trattazione dell’argomento; in precedenza, per due volte si era fatto riferimento ad un’opera futura, intitolata De systemate mundi, mai scritta.

Riporto per concludere ancora alcune parole del Battistini: «A causa della viscosità delle convenzioni letterarie il paradigma ordinato, chiuso e monocentrico del mondo continuò per altro a esistere ancora a lungo, ma è certo che dopo la comparsa del Sidereus andò in frantumi la descrizione unitaria e concorde del cosmo, unanimemente accettata da Aristotele a Dante e da allora, se non altro, costretta a subire l’alternativa degli spazi infiniti e della temeraria siderum dispositio. Ancorché discusse e osteggiate, le sue acquisizioni furono indelebili».

E’ evidente che ci troviamo di fronte alla prima opera di grande importante del nostro autore, infatti, come fa notare ancora il Battistini, «con il Sidereus Galileo cessava di essere, per quanto già stimato, un semplice professore di università per assurgere a emblema del moderno, personalità rappresentativa di una nuova epoca per avere abbattuto credenze secolari».