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a cura di Tommaso Canetta La futura probabile guerra in Iraq rischia di essere una ripetizione sanguinosa del capitolo afgano: credo che sarebbe giusto interrogarsi non solo sul perché di un eventuale attacco, ma anche sull’utilità di esso e sulle sue possibili conseguenze. Il perché, per quanto non sotto tutti gli aspetti, è abbastanza chiaro sia nella motivazione ufficiale che in quella ufficiosa: infatti non si può negare che l’Iraq sia governato da un dittatore militarista, e non si può nemmeno escludere che costui sia in possesso di armi di distruzione di massa; tuttavia, se l’America seguisse veramente questo criterio, dovrebbe attaccare più stati di quanti non possa permettersi, annoverando infatti fra le file dei propri alleati governi saliti grazie ad un golpe e non certo campioni di democrazia (un esempio su tutti il Pakistan). La motivazione ufficiosa, o almeno la più importante di quelle lasciate nell’ombra, riguarda gli interessi sul petrolio iracheno: infatti è il petrolio a spaccare le alleanze e a dividere lo schieramento, dal momento che ognuno agisce in base ai propri interessi. Così, se l’America vuole aprire un nuovo mercato a lei favorevole in Iraq, che è il secondo produttore di petrolio mondiale, e che, durante l’embargo, sta accumulando tanti barili quanti morti di fame e malattia, la Russia si oppone fermamente, poiché spera in un futuro non troppo lontano di ottenere da Baghdad alcune concessioni sul greggio. Quanto poi all’utilità di un attacco, se su un piatto della bilancia c’è l’eliminazione di un governo potenzialmente pericoloso, sull’altro pesano la destabilizzazione del medio oriente, una grossa frattura all’interno della coalizione creata per l’attacco all’Afghanistan ed il rischio di molte vittime fra i civili. Inoltre, bisogna ricordare che il governo iracheno non si basa sul fondamentalismo islamico, ed anzi, l’Iraq è uno dei paesi più occidentalizzati della zona; la caduta di Saddam Hussein rischierebbe di portare al potere proprio quei fanatici religiosi che il mondo cerca di combattere. Allora, dopo gli ultimi eventi, come l’attacco alla petroliera francese, l’uccisione di un marine americano in Kuwait e la strage di Bali, ci si dovrebbe chiedere se questa politica inaugurata nel nuovo millennio da Bush sia effettivamente efficace. Infatti l’eliminazione dei così detti “stati canaglia” rischia di ottenere l’effetto contrario a quello ricercato, e ne è la prova il fatto che, nonostante l’intervento in Afghanistan, le stragi di cristiani continuino in tutta l’area e che, sia più ad est che più ad ovest, la situazione non sia migliorata ma peggiorata; il perché di questo non è difficile da immaginare: in una situazione di instabilità, di povertà, di guerra e di odio, chi più dei terroristi ha buon gioco? Con l’appoggio delle popolazioni disperate e sobillate, i terroristi diventeranno introvabili, e fra i giovani, impossibilitati ad avere un’istruzione, non avranno difficoltà a trovare nuovi adepti. Dunque, forse, sarebbe meglio accompagnare ad operazioni di polizia internazionale ed a brevi sortite non onerose e dannose guerre, ma l’eliminazione di quelle cause che spingono tanta gente a vedere in persone come Bin Laden i propri paladini.
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